mercoledì 24 settembre 2014

Il potere della riflessione

 di Swami Niranjanananda Saraswati

 tratto da Avahan Magazine numero 3 anno 3 Maggio – Giugno 2014

L’investigazione e la riflessione sono conosciute come atma vichara.
Il motivo di questa dissertazione sta nella volontà di far disperdere quella nuvola di ignoranza per permettere una comprensione migliore e completa. In caso contrario, che senso avrebbe riflettere? Che senso avrebbe pensare?

Quando riflettete, avete la tendenza a rimuginare sui problemi invece che cercare una soluzione. In condizioni normali, se nella vita c’è un pensiero o un qualsiasi tipo di riflessione, riguarda sempre la vostra sofferenza o quel qualcosa che non avete, quello che è chiamato il “fattore di preoccupazione”.
Nella vostra vita, la riflessione non è pura perché si nasconde sempre dietro la preoccupazione con la conseguenza che vi identificate con questa e la vostra mente ne rimane ingarbugliata. Non riuscite ad essere naturali, spontanei, liberi ma vi imbrigliate nel vortice dove vi ha trascinato un pensiero, un’idea, un sentimento, un’emozione. Vi fate trasportare giù in quel vortice di preoccupazione che fa sparire sia la speranza che quello che avete acquisito fino a quel momento. E’ come andare a fondo nell’oceano senza avere la possibilità di risalire a galla. Abbandonate il cielo, il sole, il vento mentre siete trascinati verso il fondo dove l’acqua vi soffocherà. Questa è avidya, questa è ignoranza. L’aspetto negativo della riflessione vi porterà sempre in un sempre più profondo stato di ignoranza.

La riflessione vera è l’antidoto, invece di preoccuparvi, rifletteteci correttamente sopra. Trovate la soluzione al problema e invece di iniziare a pensare “Io sono così..”, riflettete sul coltivare le vostre potenzialità  che vi permetteranno di non essere solo fatti in quel modo. Cercate di scoprire se potete essere migliori e diversi. Attraverso la riflessione, il senso di colpa e l’ignoranza possono essere evitati in modo da avere una mente più limpida. Con la chiarezza in mente, arriverà anche la saggezza e la giusta conoscenza. Questa saggezza e conoscenza sono atma vichara, riflettere sul proprio essere. Nella preoccupazione, nell’ansia e nella frustrazione, c’è sempre una reazione e non una riflessione. La riflessione esiste quando siete in grado di vedere la situazione sotto una forma diversa, una luce diversa. Per esempio: se qualcuno si lamenta di qualcun altro, potrete subito vedere che quella persona sta parlando spinta dalla gelosia quindi non è il soggetto della lamentela ad essere dalla parte sbagliata ma chi sta criticando.

Il motivo dell’esistenza della riflessione è quello di mantenervi focalizzati su voi stessi e non su cosa vi circonda e influenza. Imparate a utilizzare saggezza e conoscenza per disperdere quella nuvola di ignoranza che vi fa fare le cose sbagliate e accumulare risultati negativi. Se riuscite a diventare consapevoli e a coltivare questo insegnamento fatto di osservazione per poi conoscere, farete quel salto che vi porterà a migliorare la relazione fra voi, la natura e il divino. Scoprirete una connessione e un legame che tiene l’essere umano, la natura e il divino uniti. Nel corso del tempo, questa riflessione diventerà jnana, saggezza, diventerà la realizzazione di “Io sono”. Ed è questa realizzazione che farà scomparire avydia.

lunedì 8 settembre 2014

Lo Yoga per sviluppare la Consapevolezza è per vivere con Consapevolezza

di Swami Anandananda, fondatore e Acharya, Scuola di Yoga Satyananda Ashram, Italia

Tratto da YOGAmag, anno 3, rivista 5, Giugno 2014


Prima di tutto, i miei più sentiti ringraziamenti e il mio rispetto vanno a Sri Paramahamsaji nella forma fisica di Swami Niranjanananda e Swami Satyasangananda.

La Consapevolezza come segno distintivo del Satyananda Yoga
Nel corso degli anni ho potuto riscontrare che uno degli aspetti e degli argomenti più importanti della tradizione dello Yoga Satyananda è l’educazione alla consapevolezza. Quello che rende lo Yoga Satyananda speciale è il fatto che insegna , enfatizza e incoraggia l’uso e l’applicazione della consapevolezza. Se partecipiamo ad una lezione o ad un seminario di Yoga Satyananda o se viviamo in un ashram come Ganga Darshan o Rikhiapeeth, quello che impariamo, che pratichiamo, che  viene stimolato e incoraggiato è lo sviluppo della consapevolezza.
Tutte le pratiche che Swami Satyananda ci ha insegnato, dalle asana al pranayama, dal rilassamento allo yoga nidra, sono tecniche di consapevolezza. Se leggete i 350 e più libri e se ascoltate i numerosi CD di yoga nidra e di pratiche meditative, sentirete moltissime volte la parola “consapevolezza”.
Se partecipate ad una lezione, vi verrà chiesto di diventare consapevoli dal momento in cui entrate nel centro yoga. Non è così importante quello che praticate e come lo fate, ciò che è importante è essere consapevoli. Ci hanno formato per sviluppare ed espandere questa consapevolezza ma, alla fine della lezione, non dobbiamo lasciarla nella sala yoga o sul tappetino. Noi dobbiamo conservarla tutto il tempo. In classe, attraverso le asana e la respirazione, il pranayama, le tecniche di yoga nidra e antar mouna, andiamo a stimolare la consapevolezza. Quando abbiamo finito e torniamo al nostro usuale ritmo quotidiano, dobbiamo mantenere questa consapevolezza. E’ sempre presente e noi dobbiamo conservarla.
Abbiamo sentito parlare di consapevolezza del respiro. Nell’educazione infantile, in una classe di yoga o in ogni altro campo di applicazione dello yoga, la consapevolezza deve rimanere sempre presente.
“Cosa sto facendo?” Questa è la consapevolezza che deve essere presente in ogni momento della nostra giornata.  Io mi rendo conto che questo è il regalo e la componente più importante dello Yoga Satyananda: l’enfasi sulla consapevolezza. Ma che cosa è la consapevolezza?

Che cos’è la consapevolezza?
Visitando diversi paesi, ho avuto l’opportunità di verificare che in molte lingue, non esiste una parola per consapevolezza. A volte, esiste una sola parola per “mente”, “coscienza” e “consapevolezza” e talvolta questo mi ha messo in difficoltà nello spiegare cosa significhi consapevolezza. La risposta mi è arrivata guardando un documentario della BBC nel quale facevano degli esperimenti sulla consapevolezza degli uomini che vivevano in un ambiente metropolitano. La conclusione di questo documentario sviluppato da ricercatori eminenti è stata la seguente: “Possedete gli occhi, gli occhi sono aperti e quindi guardate, ma se non c’è consapevolezza, non vedete”. Da qui deduciamo che la consapevolezza è la differenza fra guardare e vedere, fra sentire ed ascoltare.
Questa è una ricerca formidabile e se Swamiji me lo permette, vorrei condividerla con voi. I ricercatori hanno utilizzato degli attori in una situazione caotica tipo all’uscita di una stazione di treni. Un attore era vestito come un turista smarrito e aveva una macchina fotografica e una cartina. Ad un certo punto, fermava una persona che stava uscendo dalla stazione e gli chiedeva: “Ah, per favore, mi dia qualche direzione”. La persona si fermava per aiutarlo e per dagli informazioni. Mentre stavano parlando, altri due attori vestiti da operai, trascinavano un grande pezzo di compensato e passavano in mezzo a loro. Per due secondi il turista e il passante rimanevano coperti senza potersi vedere mentre i ricercatori sostituivano l’attore che impersonava il turista smarrito con un altro. Il 99% delle volte, la gente continuava a fornire spiegazioni e indicazioni come se nulla fosse successo. Non si rendevano conto che l’uomo alto con gli occhiali e vestito in jeans era stato sostituito con uno basso, grasso e senza occhiali.
I ricercatori in seguito chiedevano se si erano accorti della sostituzione e la risposta era quasi sempre: “Ah…Oh, forse, si, qualcosa”. Ad ogni modo, non si rendevano conto che avevano parlato a due persone diverse. Per i ricercatori, questa è la condizione di chi vive nelle grandi aree metropolitane.

La distrazione
Ieri Swamiji ha detto qualcosa a proposito della parola “distrazione” in latino; “dis” deriva da “distanza” e “trazione” ha la propria radice in “tractus” che significa essere attratti in un’altra direzione.
Questa distrazione non è l’unica. In una condizione, in una situazione metropolitana, il numero di distrazioni è enorme, ce ne sono a migliaia. Se camminate per 500 metri in una grande città, sentirete moltissime cose, vedrete moltissime cose e sarete attratti da moltissime parti e questo influenza la condizione e lo stato di consapevolezza che in questo modo viene sparpagliato producendo come risultato, stress e altri disagi.
Quando andiamo ad una lezione di yoga o in un ashram, ci viene chiesto: “Divenite consapevoli dei vostri piedi, del vostro respiro, del vostro ombelico, divenite consapevoli di quello che state pensando, di quello che state facendo”. Ci chiediamo: “A cosa sto pensando?”. Da questo tipo di consapevolezza, noi cambiamo la nostra condizione da uno stato confuso, dispersivo ad uno stato più centrato e compatto e tutto questo è stato provato.
Recentemente, stavo leggendo un libro interessante sul cervello dove si diceva che è stato scoperto che quando qualcosa viene fatta con consapevolezza, il cervello e la mappa del cervello la registra nell’area appropriata e difficilmente si dimentica, rimane lì, si trasforma in un’esperienza.

Muoversi da una consapevolezza grossolana ad una più sottile
Il modo di usare e applicare la consapevolezza in questo modo è la bandiera principale della tradizione Yoga Satyananda. Sia che riguardi la salute, i ragazzi a scuola,  le prigioni o la realizzazione interiore, quello che usiamo è la consapevolezza e io sono molto grato verso chi mi ha educato ad essere consapevole.
Se praticate e soprattutto se insegnate lo Yoga Satyananda, mettete consapevolezza nelle pratiche, includete sempre la parola “consapevolezza”. Usatelo questo termine. Se praticate yoga, yoga di qualsiasi tradizione, praticate con consapevolezza. Chiedetevi: “Cosa sto facendo? Cosa sto facendo adesso? Che cosa sto sperimentando ora?”. Questo atteggiamento, questo approccio vi tornerà utile anche quando vi chiederete: “Dove sto andando? Da dove provengo? Quale è la mia direzione?”. Questo vi porterà ad essere consapevoli della vostra vita, del vostro dharma, consapevoli di quale è il vostro ruolo, consapevoli di ciò che è appropriato per voi.

Note conclusive
Vorrei concludere con un caso che ho recentemente sperimentato a Ganga Darshan.
Ganga Darshan è il posto più attivo dove viene esercitata la consapevolezza e questo avviene a molti livelli. Nei bagni, vicino agli specchi, c’è una foto di Swami Sivananda e sotto c’è una frase che dice: “Preservate l’acqua, ogni singola goccia di acqua è preziosa”. Quando lo leggo dico: “Oh. Bello. Bene, molto bene”. Poi velocemente apro il rubinetto, mi lavo le mani e lo chiudo subito ricordandomi “Non sperperare l’acqua, l’acqua è preziosa”. Poi esco dal bagno e dopo alcune ore, quando mi trovo alla cisterna dell’acqua potabile, la verso nel bicchiere e la bevo. Sento che sono ancora assetato e ne verso ancora un po’, faccio due, tre sorsi e un po’ di acqua rimane nel bicchiere. Istintivamente, mi viene da gettarla via ma il mio braccio si blocca e la rimetto nella cisterna realizzando che preservare l’acqua non riguarda solo quella del bagno. Perché dovrei buttare quest’acqua adesso?
Lo stesso avviene a lezione, perché dovrei essere consapevole solo durante la lezione e poi quando finisco non esserlo più? Quello che mi è successo con l’acqua mi ha reso più consapevole e mi ha fornito un ulteriore spunto educativo.
Sono sicuro che chiunque si trovi qui per la prima volta, alla Convention e al Golden Jubilee, sia stato educato in ogni area e aspetto ma non siamo solo stati educati, noi siamo anche scienziati. Come è stato già detto da altri oratori, noi siamo i ricercatori e anche il laboratorio. Noi siamo gli studenti e gli scienziati.
Grazie, grazie molto. Grazie Paramahamsaji, grazie Swami Niranjanananda, grazie Swami Satsangi.


25 Ottobre 2013, Polo Ground, Munger






giovedì 21 agosto 2014

Qual è il significato dello Shanti Path e perché si canta alla fine di una lezione?

di Swami Niranjanananda Saraswati
tratto da http://www.yogamag.net/archives/1992/bmar92/sat292.shtml

Shanti Path ha due significati.
Principalmente è un mantra di pace e prosperità che tradizionalmente viene recitato alla fine di ogni sessione di yoga per infondere il corpo e la mente di vibrazioni e sentimenti positivi ma serve anche alla personalità psichica, che viene influenzata dalle vibrazioni, per ricordarsi dello scopo spirituale.

Gli yogi hanno sempre considerato l’essere umano anche come un essere spirituale. Questo non è solo un concetto; gli yogi sostengono che si può fare esperienza dell’essere spirituale e dell’essere mentale attraverso la percezione del corpo così come normalmente si percepisce l’essere fisico. Sia che siate cinesi, giapponesi, indiani o australiani, il corpo è sempre lo stesso. Due braccia, due gambe, una testa, due occhi; è come uno stampo di Dio che è stato messo in ogni luogo. Ci sono solo delle differenze fisiche, altezza, colore, ecc. ma il corpo fisico è quello, per tutti.
Allo stesso modo, si considera la mente come se avesse un corpo e le eccentricità della mente, le diversità della mente non sono altro che la personalità individuale. Bisogna però considerare che la mente ha anche una forma generalmente  non percepibile così come l’atma, il corpo spirituale. Quando ci  confrontiamo con l’intelletto sul piano grossolano, anche il corpo spirituale o atma interagisce sotto forma di vibrazioni. 
Per comunicare esternamente, utilizziamo l’hindi, l’inglese oppure altre lingue ma internamente la comunicazione conosce un linguaggio di vibrazioni che è universale. Tutti noi ne abbiamo fatto esperienza quelle volte che abbiamo percepito sensazioni buone o cattive nei confronti di qualche persona senza neanche parlare con loro ma solo attraverso l’ausilio delle vibrazioni emanate.

I mantra tendono a influenzare e risvegliare il campo vibratorio psichico senza la necessità di comprenderli razionalmente, logicamente. Cantare e ripetere un mantra produce una sorta di cambiamento interno del quale però non si può fare esperienza immediata a livello esteriore. 

Ogni mantra risveglia un particolare centro. Attorno ai chakra ci sono molti centri psichici che noi percepiamo come riflessi dei chakra stessi. Ogni mantra stimola uno dei centri minori e una combinazione di diversi suoni può influenzare, alterare o produrre un cambiamento nella funzione generale di tutti i chakra.

Quando cantiamo lo shanti path alla fine di una seduta di yoga avviene un cambiamento nell’atmosfera intorno al corpo, dentro il corpo, intorno alla mente, nella struttura delle emozioni e dello spirito. In quel momento in cui creiamo la vibrazione, influenziamo direttamente il nostro corpo spirituale. Facciamo un esempio; se siete concentrati su qualche tipo di attività e qualcuno vi viene a chiedere qualcosa di completamente diverso, vi fermate e prima di reagire avrete bisogno di qualche secondo; dovete ridirigere la vostra attenzione, spostare la vostra mente da una cosa ad un’altra.
E’ così che nella meditazione, nelle asana, nel pranayama, nei kriya, nei satsang, nei kirtan, la mente viene distratta dal suo flusso comportamentale naturale per essere direzionata verso quello che stiamo facendo. In quel momento, il mantra entra in azione e crea delle onde che ci aiutano a focalizzare. E’ come pulire un vecchio tappeto; inizialmente vi sembra di non raccogliere tanto sporco ma se insistete vi accorgerete che viene su sempre più polvere, anche quella impercettibile.

Lo Shanti Path è un modo per sollecitare l’aspetto vibratorio della nostra personalità a poco a poco, sempre di più fino a risvegliare quei centri psichici che corrispondono alla vibrazione.


Chiaramente conoscere la traduzione di un mantra è cosa bella così come è conoscere il significato letterario dello Shanti Path ma non è condizione necessaria in quanto è internamente che dobbiamo sentirlo. 


lunedì 14 luglio 2014

L’evoluzione di Swami Satyasangananda Saraswati

Harrogate, England, 18 luglio 2009
Swami Satyasangananda Saraswati 


Swami Satyananda ha creato un vasto impero a Munger e ha viaggiato in tutto il mondo. Aveva milioni di amici e devoti, simpatizzanti e ammiratori che aspettavano solo un cenno da parte sua e invece ad un certo punto ha lasciato tutto e se ne è andato dicendo “tutto questo non è mio”. Quando ha lasciato Munger nel 1988 non aveva idea di cosa fosse il concetto di proprietà.
I sannyasa non lasciano le loro case per portare avanti un ashram, per far discepoli, diventare famosi e proporre letture. Swami Sivananda lo chiese a Swami Satyananda ed è per questo che lui lo fece ma quando il lavoro a lui richiesto fu completato, decise che era arrivato il momento di continuare il cammino intrapreso quando decise di lasciare casa sua, il cammino verso la realizzazione di sé. L’unico impegno che i sannyasa hanno è quello di onorare il loro impegno. Swami Sivananda chiese a Swami Satyananda di diffondere lo yoga e così lui fece.
Questa è la tradizione a cui noi sannyasa apparteniamo e questi sono gli ideali che dobbiamo seguire. Non possiamo essere direttori, costruttori o insegnanti per tutta la vita, dobbiamo crescere ed esplorare nuove possibilità. Questa è la necessità e il modo in cui i sannyasa devono vivere la loro vita.
Poi, un giorno, lasceremo anche tutto questo proprio come Swamiji lasciò le istituzioni. Lui si trovava su un piano universale, lavorava per il benessere universale dell’uomo. Quando un santo o un sadhu o un sannyasa si applicano nella meditazione, tutto l’ambiente ne trae vantaggio perché sta incrementando il livello di sattwa nell’ambiente stesso. E’ sattwa che sostiene l’universo, non il tamas o il rajas. Se il sattwa scompare, l’intero universo sparisce.



venerdì 27 giugno 2014

Sannyasa di Swami Satyasangananda Saraswati

Harrogate, England, 18 luglio 2009
Swami Satyasangananda Saraswati


Sannyasa è l’impegno e la dedizione che una persona impiega per migliorare se stesso nel corso della vita, per ottenere un tipo e una visione di vita diversa e per diffondere valori spirituali.

Karma sannyasa
I karma sannyasa non sono dei rinunciatari. Vivono nella società dopo aver promesso che faranno di tutto per reindirizzare se stessi in modo da crescere spiritualmente ed accelerare la propria evoluzione. E’ un impegno e il cambiamento è solo interno.
I karma sannyasa devono evolvere mentre vivono nella società svolgendo i propri compiti. Una foglia di loto nasce, cresce e muore nel fango ma non si sporca mai, sembra sempre pura e immacolata. Allo stesso modo, i karma sannyasa devono vivere nel mondo mantenendo la purezza dei propri ideali.
Potrebbero voler aiutare gli altri, fare dei sadhana particolari o vivere in ashram per un po’ di tempo in modo da migliorare la loro vita spirituale ma questo rimane una loro scelta personale che non viene mai imposta. Quello che devono fare è pensare a come migliorarsi. Se lasciare il lavoro e la società per un periodo di tempo per ritirarsi in ashram li può aiutare, lo possono fare ma non è obbligatorio.

Poorna sannyasa
I sannyasa non appartengono a nessuna setta e a nessun ordine e non sono neanche monaci o suore. La tradizione dei sannyasa ha inizio con il Dashnami Parampara, la tradizione dei Dashnami, i dieci nomi, di Adi Guru Shankaracharya. I sannyasa hanno due ideali, uno è la rinuncia, tyaga, l’altro è vairagya, il distacco. Questi sono i loro strumenti e il loro stato mentale.
Non potete diventare dei sannyasa e basta, dovete avere un certo tipo di mente. Dovete aver realizzato che questo è il modo in cui volete vivere. Non potete pretendere di essere rinunciatari e distaccati. Se non conoscete già il distacco, come potreste pretendere di essere distaccati?
E’ uno stato mentale che qualcuno riesce ad ottenere. Nel corso della loro vita, sentono un disinteresse particolare per gli obiettivi materiali e quindi optano per diventare sannyasa in quanto è questo che li attrae. E’ una realizzazione e il contrario non avrebbe senso in quanto indossare i panni geru e radersi i capelli non ha alcun senso se non accompagnati da un ideale, uno stato mentale e un sentimento particolari.
Deve essere un tipo di realizzazione molto forte altrimenti non è possibile sostenerla. La vita di un sannyasa non è facile ma è una vita di battaglie. Nella società bisogna combattere con le circostanze mentre nella condizione di sannyasa dovete combattere con voi stessi e questo viene facile solo se avete una convinzione molto forte. Se ci credete e avete fede vi sarà possibile quindi diventare sannyasa è solo per chi lo sente fino in fondo.
I poorna sannyasa, come i paramahamsa sannyasa, non appartengono a nessun ordine, lo ripeto, è uno stato mentale. I sannyasa non appartengono a nessuno, a nessun ordine, a nessuna setta. Sono pensatori liberi che vivono una vita libera.

Io vivo in un’istituzione dove c’è il mio guru ma se volessi andar via lo potrei fare e nessuno mi verrebbe a chiedere perché. Se diventassi invece una suora, sarei scomunicata. Così non è per i sannyasa che possono quindi scegliersi il tipo di vita più adeguato alla loro evoluzione spirituale. I sannyasa sono al di fuori delle norme della società, vivono fuori dalla società e hanno rifiutato la società. Non possiedono nulla, neanche i vestiti che indossano. Non sono cose imposte ovviamente, è che loro stessi hanno deciso di vivere così e fra le due cose c’è molta differenza. Non c’è sofferenza perché non si possiede nulla anzi c’è gioia immensa nel non avere niente.


venerdì 23 maggio 2014

Karma yoga nella vita yogica e in quella familiare

tratto da una satsang con Swami Niranjan del 1989

Nella “Bhagavad Gita” si dice:
“Yoginahah karma kurvanti sangam tyaktwa dhananjaya”

“Le persone che sono consapevoli, gli yogi, fanno il Karma yoga senza attaccamento, con lo scopo di purificarsi internamente”

Nello stesso capitolo, si dice che il karma yoga è praticato attraverso la mente, manas, l’intelletto, buddhi, e la parola, vach. Se tutto ciò è vero, il Karma yoga diventa uno strumento per la purificazione dell’atman. “Atman” in questo caso, non significa “l’anima” ma l’identità di un individuo, il “Io sono”.

Qui, possiamo vedere la differenza fra le pratiche di Karma yoga utilizzate dalle persone internamente consapevoli, gli yogi, e da quelle che cercano il piacere sensoriale, i bhogi. Per i primi, c’è consapevolezza di mente, intelletto e interazione e il Karma yoga diventa una pratica meditativa. I secondi, prendono letteralmente la definizione del Karma yoga come “azione” e lo trasformano in un modo per esaudire le loro necessità, desideri e di conseguenza per accrescere il loro ego; sviluppano un senso di grande sicurezza, di “Io possiedo questo e quello”, un senso di opulenza ed egoismo.

Tutti, nel mondo, sono fondamentalmente egoisti, anche gli yogi e i capofamiglia. Nessuno al mondo è libero da questa idea, da questa identità. La differenza sta nella consapevolezza. Da una parte, ci si butta nel mondo semplicemente per ottenere soddisfazioni personali e piacere. Dall’altra, attraverso lo stesso tipo di azioni, conducendo lo stesso tipo di vita, lavoro, condizione familiare, si cerca un equilibrio con se stessi. Se volete quindi sapere la differenza fra il karma yoga degli yogi e dei capifamiglia, è solo una questione di consapevolezza.

Sangam tyaktwa atman shuddhiye: rinunciando all’attaccamento (sangyam tyaktwa), per la purificazione dell’atman (atma Shuddhi), lo yogi esegue le proprie azioni (yoginah karma kurvanti).

Le azioni si svolgono attraverso manas, vacha e buddhi, mente, parola e intelletto.

L’intelletto è quel processo razionale che avviene nella nostra testa, il pensare, l’analizzare, il filtrare. Quando è sviluppato 
creativamente, ci permette di raggiungere lo stato di viveka, la giusta percezione o la giusta comprensione, ma quando la buddhi viene stimolata a fluire libera nel mondo esterno, nella dimensione della materia, ci ritroviamo circondati da aviveka, i concetti sbagliati.

L’idea di concetto giusto o sbagliato, viveka e aviveka, non ha nulla a che fare con il fatto che pensiamo bene o male. No! Il concetto di viveka è basato sul capire le leggi della Natura che governano l’universo (il macrocosmo là fuori) e noi stessi (il microcosmo interno). E’ vivere in accordo con le leggi che internamente governano il corpo, le emozioni, la mente, lo spirito e che esternamente governano il mondo, l’universo. E’ così che raffinando le nostre abilità e le nostre percezioni e comprendendo le leggi della Natura, potremo praticare il Karma yoga attraverso l’intelletto.

Inoltre, esiste l’abilità di associare e disassociare, l’abilità di sentire intimamente in maniera soggettiva e di osservare esternamente con più oggettività, l’abilità di creare un desiderio e quella di rimuoverlo. Nel sistema tradizionale indiano si menzionano quattro stadi di vita che un individuo deve attraversare prima della morte: artha, dharma, kaama e moksha.

Artha significa affluenza sociale e individuale, soddisfazione personale, benessere economico e nei rapporti interpersonali. E’ nel processo di vita che non riguarda la tradizione dei sannyasin – nascere, andare a scuola, sposarsi, fare figli, divorziare, invecchiare, guadagnare soldi, risparmiare, ritirarsi in una casa per anziani e trovare un posto eterno con la tomba.

Il genere di vita generalmente accettata dalla società è una vita dove “artha” è molto presente mentre “dharma” gioca un ruolo minore.

Dharma significa obbligo, dovere, è la religione interiore che unisce questo e quello, il legame fra questa e quella identità.
Kaama, il piacere dei sensi, ha un ruolo importante nella vita sociale.

Moksha non ha invece alcun ruolo in quanto non c’è voglia di essere liberati, c’è troppo attaccamento, troppa materia bloccata nella nostra mente.

Per la persona “sociale” artha e kaama sono importanti. Nella vita di un rinunciatario, dharma, la conoscenza di questo legame, e moksha il concetto di liberazione, sono fondamentali. Se abbiamo le capacità di unire questi quattro fattori, di combinare artha con dharma, dharma con kaama e kaama con moksha, la mente può trascendere in quanto utilizzeremo la dualità della mente per creare un terzo stato mentale armonioso.

Esiste una teoria che ho elaborato personalmente, la teoria SWAN.

“S” sta per forza (strenght), determinazione, volontà, stamina ed energia.

“W” sta per debolezza (weakness), insicurezza, inferiorità, complessi e non consapevolezza del nostro potenziale.

Tutti hanno una S ma anche una W e allo stesso tempo hanno anche una A e una N.

“A” è l’ambizione (ambiton) e “N” la necessità (need).

Questo principio, SWAN, è controllato dalla mente. Se penserete di essere deboli, sarete deboli. Se penserete di essere potenti, sarete potenti. Attraverso un processo di autoipnosi possiamo diventare quello che non siamo sia in meglio che in peggio. Se ci sentiamo depressi, abbiamo la possibilità di uscire da questo stato in quanto la mente ne è coinvolta così come viene coinvolta da uno stato di eccitazione.

Dal momento che ogni esperienza, ogni ambizione e ogni necessità della vita sono governate dalla mente, il miglior modo per dirigere questa particolare facoltà mentale è quello di dare alla facoltà stessa l’abilità di associare e disassociare al momento giusto, in base alla situazione, all’opportunità e all’ambiente. Questo viene chiamato Karma yoga per la mente.

Con l’equilibrio si sviluppa anche un modo di parlare positivo e l’interazione. Se siamo in grado di controllare le negatività che abbiamo dentro e che ogni tanto proviamo, e se siamo in grado di sviluppare le nostre qualità positive, procureremo attraverso le vibrazioni e la comunicazione fisica, un impatto tonificante e invigorente nell’altro individuo.

Pensate a quando qualcuno di vostra conoscenza emana negatività e pensate alla reazione che talvolta innesca, amicizie di lunga data si possono rompere a causa di questo momento, si possono sciogliere addirittura le famiglie. Succede anche fra guru e discepoli.

Pensate anche a quando, nel caso contrario, noi stessi emaniamo energia positiva, equilibrata, e i nostri nemici si trasformano in amici.

L’equilibrio fra questo tipo di energia e la vostra energia personale è il terzo aspetto del Karma yoga.

Una volta che sarete in grado di fare i conti con la mente, l’interazione e l’intelletto, avrà luogo la purificazione interna, il processo di auto purificazione, atma shuddhi.

Questo vale per tutti, l’obiettivo è raggiungere questo equilibrio attraverso il Karma yoga.

Molti dicono che il Bhakti yoga in se stesso non è sufficiente per raggiungere moksha così come non lo sono Jnana yoga e l’Hatha yoga ma se combinati con il Karma yoga, faremo esperienza dello yoga totale


lunedì 12 maggio 2014

Cosa possiamo dire a coloro che non comprendono l'importanza del karma yoga?

tratto da una satsang con Swami Niranjan del 1989

Conosciamo già la definizione di Karma yoga, yoga dell’azione. Sappiamo che ci viene richiesto di agire con l’idea di non desiderare nessun risultato e nessun guadagno e neanche di aspettarci il beneficio dei frutti dell’azione ma ci viene invece richiesto di agire con l’idea della perfezione.
Nella vita di un sadhaka, il Karma yoga gioca diversi ruoli. Quando c’è troppa introversione, quando c’è troppa osservazione mentale, contemplazione, meditazione, si verifica una tendenza mentale di dissociazione nei confronti del mondo che ci confina dentro i limiti della nostra mente. Ce ne accorgiamo quando diventiamo introversi e leggermente depressi o anche quando non riusciamo a venir fuori da quello stato in cui la mente si auto osserva. Esternamente, questo si manifesta fisicamente con la letargia, mancanza di energia pranica, mancanza di associazione con l’ambiente esterno, mancanza di intenzione con i concetti di tempo e spazio.
Nella tradizione dello yoga, la pratica del Karma yoga serve per creare un equilibrio fra esperienza mentale e associazione della mente con l’ambiente esterno e per stabilire un legame fra la mente e i sensi. Si dice anche che se uno pratica mezz’ora di meditazione, dovrebbe poi bilanciare con un minimo di tre ore di lavoro fisico in modo da esteriorizzare le attività del corpo, della mente e delle emozioni e di conseguenza staccarsi da qualcosa che ha avuto luogo durante la meditazione stessa.
Uno dei propositi del Karma yoga è quello di diventare consapevoli del ruolo che la mente gioca relativamente al corpo, agli indriya, alla percezione sensoriale, all’intelletto, alla vita sociale, alla vita familiare e alla personalità individuale.
C’è anche un altro aspetto del Karma yoga. Quando diventiamo consapevoli delle azioni mentali, Karma non significa solo azione ma anche tutte le attività che da questa azione scaturiscono. Pensiamo, e dietro a quel pensiero c’è sempre una ragione per la quale si è manifestato. Quando pratichiamo antar mouna, osserviamo il processo del pensiero, troviamo un legame nei pensieri e cerchiamo di andare ancora più a fondo. Questo è Karma yoga mentale. Non è l’esperienza di uno stato ma dell’attività, il filo che lega l’insieme, la totalità delle nostre espressioni, dei nostri pensieri, sentimenti e atteggiamenti. Quindi, il Karma yoga è la consapevolezza dell’intero processo, della totalità delle attività che si verificano nel reame della mente, dell’intelletto, delle emozioni e del corpo.
Il processo di osservare, quello che noi chiamiamo drashta – l’attitudine dell’osservatore – è la parola chiave del Karma yoga. Osservate quello che state facendo e vi accorgerete che non è un’attività cieca ma consapevole e motivata. Di conseguenza, quando questo modo di osservare ogni azione della mente e del corpo si sviluppa, si verifica anche un’espansione di coscienza. Siamo in grado di capire cosa sta succedendo, che tipo di attività o azione si sta verificando e riusciremo anche a capire come implementare quell’azione in particolare.
Con il risveglio di questa consapevolezza drashta, il processo dell’osservatore, scopriremo spontaneamente i nostri conflitti interni, ciò che ci piace e che detestiamo, le nostre ambizioni e i nostri limiti. Si innesca un processo che filtra il negativo dal positivo e che ci fa riscoprire la nostra personalità. Diverremo inoltre consapevoli dei nostri attaccamenti che possono essere emotivi, fisici, intellettuali e avremo in questo modo la possibilità di osservarli. L’effetto deleterio dell’attaccamento e l’effetto propositivo dell’attaccamento in relazione allo sviluppo della nostra personalità vengono filtrati e l’ego viene eliminato.
Si possono dire tante cose a proposito ma ciò che è importante, soprattutto in ashram, è capire l’oggettività che enfatizziamo in questa pratica di Karma yoga esterno. Con il tempo, questo sentimento che sviluppiamo con una pratica esterna verrà interiorizzato dalla mente in modo tale che il sadhana meditativo e contemplativo darà risultati migliori e aiuterà a canalizzare le energie conflittuali derivanti dagli attaccamenti e da tutto il materiale non filtrato che attraversa la nostra mente.








giovedì 1 maggio 2014

Appagamento, fede e serenità

 di Swami Satyananda Saraswati
tratto dalla rivista “Satya Ka Avahan”

Ogni aspirante spirituale ha bisogno di coltivare un appagamento di alto livello perché senza, non c’è possibilità di mantenere la mente in uno stato di serenità.
Il sadhaka deve raggiungere uno stato di equilibrio costante e di fermezza con l’ausilio di una potente risoluzione o sankalpa, della meditazione e di ogni altro mezzo disponibile. Lo scopo è di ottenere uno stato di calma perfetta e di serenità che vada oltre tutto quello che succede nell’ambiente esterno. Il fine non è solamente quello di diventare abili nel domare l’agitazione mentale quando si manifesta ma di padroneggiare quel potere così raro e speciale di prevenire ogni interferenza prima che si manifesti.
Quando si presenta qualcosa che ci agita, si ha  bisogno di troppa energia per eliminarla completamente in quanto anche se esternamente sparisce presto, nel subconscio permane a lungo tempo.
Per raggiungere un tale stato di tranquillità, l’aspirante deve sviluppare uno stato mentale dinamico e positivo che non ha niente a che fare con la negatività mentale caratterizzata da pigrizia e mancanza di iniziativa ma che, invece, si basa sulla perfetta indifferenza nei confronti del divertimento personale, della comodità e altre cose che potrebbero influenzarci nella strada verso quella pace che ci porta oltre il reame dell’illusione, della miseria e del coinvolgimento nella vita terrena.
Si può fare esperienza di vairagya, si può credere in una realtà superiore e si può praticare tutta una serie di sadhana ma, fino a quando non si sviluppa una fede profonda e forte che non ci faccia tremare davanti a nessuna tempesta, l’impegno personale nel sadhana yogico rimarrà condizionale e non culminerà mai nel samatvam (equanimità).
I comportamenti abituali sviluppati attraverso diverse vite non possono essere trasformati all’improvviso quindi è necessario pianificare e fare le cose in un modo regolare ed efficiente. Pensare e ragionare si differenzia dal preoccuparsi e dal creare problemi alla mente. Pensate e decidete; non preoccupatevi e non appesantite la mente. L’efficienza, l’intelligenza e l’interesse non hanno bisogno di essere eliminati e neanche minimizzati.
Il segreto del vostro successo sta nel fatto che vi siete dedicati a qualcosa completamente mentre il fallimento che generalmente riguarda chi è troppo radicato nelle cose terrene, deriva dal fatto che si è come tronchi di legna buttati qua e là nel mezzo di un oceano di problemi.
Avete mai pensato al vairagya temporaneo che sviluppano alcune persone per un po’ di tempo e che poi scompare? Questo accade perché non c’è nessuno che li aiuti a mantenere l’equilibrio spirituale; non è cosa da vergognarsene ma è certo una cosa da imparare e tenere in considerazione. E’ così che la mente si comporta fino a quando non si è completamente arresa e incanalata in un vero sentiero di tranquillità. Si dovrebbe avere fede in obiettivi e cose più elevate ed è questo il modo per poter poi mantenere un alto livello di appagamento. 
Questo è quello che Lord Krishna intendeva nella Bhagavad Gita quando dice (6:18):

“Allorchè la mente che ha raggiunto l’equilibrio è fondata sul Sé e solo su di esso, esente da desideri, da tutte le passioni, si dice allora che ha raggiunto l’equilibrio yogico”. 

mercoledì 16 aprile 2014

La consapevolezza

LA GESTIONE DELLE EMOZIONI  (seconda parte)

 di SWAMI SATYASANGANANDA SARASWATI
Harrogate, Inghilterra, 16-19 luglio 2009


La consapevolezza
Il Tantra e lo yoga ci dicono di non farci un complesso per questo, accettiamo che siamo gelosi.  Nello stesso istante che si accetta, metà della battaglia è vinta e si diventa consapevoli. Molta gente non accetta il fatto di essere gelosa ma la vedono solamente nelle altre persone. La prima cosa da fare è accettare questo sentimento in quanto questo ci permetterà di diventarne consapevoli e da qui partire con il tentativo di spazzarlo via. Ecco perché la consapevolezza è così importante.
La consapevolezza e la mente sono due cose diverse. La prima è la sorgente della mente. La mente e il cervello non sono la sorgente della consapevolezza. La consapevolezza è un’entità completamente indipendente. Anche nel sonno c’è consapevolezza. Anche negli stati meditativi profondi dove ogni cosa è finita e dissolta, continuiamo ad essere consapevoli. Anche quando lasciamo questo corpo continuiamo ad essere consapevoli. E’ un’entità differente che vede e veglia su ogni cosa. Anche in questo momento, sta guardando, ci sta guidando e ci sta ispirando.

Il potere di sakshi
Nello yoga, ci viene sempre detto di osservare ogni cosa. Fin dalla prima lezione, l’istruttore ci dice: “Osservate il respiro, i vostri pensieri, il vostro corpo, osservate tutto”. Questo è una fase preparatoria perché la consapevolezza osserva sempre, è il processo dell’osservatore che si chiama sakshi. L’osservazione porta sempre una certa oggettività. Quando siamo oggettivi nei confronti di un problema, troviamo una soluzione perché portiamo la consapevolezza proprio su quel problema. Sfortunatamente, nei confronti dei problemi, siamo spesso soggettivi in quanto ne siamo coinvolti emotivamente.
Potrei aiutarvi a trovare facilmente una soluzione perché nei confronti del vostro problema io sono oggettiva ma allo stesso tempo non sarei in grado di aiutarmi perché nei miei confronti non lo sono. Con la consapevolezza, non è che la gelosia sparisca anzi speriamo non succeda in quanto diventereste pigri e incuranti e non combattereste per nulla.
Solo un santo o una persona illuminata che comunque è auto-motivata, che non necessita stimoli per crescere ed evolversi, possono liberarsi della gelosia e dell’invidia. Le emozioni hanno una ragione di esistere ed esistono per favorire la vostra crescita e la vostra evoluzione, non certo la vostra distruzione.  Farsi travolgere dalle emozioni vuol dire non avere una realtà interiore. Bisogna sviluppare la consapevolezza di questo aspetto della vita e utilizzare le emozioni per crescere ed evolversi.
Nello yoga ci sono molte pratiche che insegnano ad essere consapevoli. La consapevolezza del respiro è un ottimo modo per superare queste difficoltà emotive, perché permette alla mente di stabilizzarsi e tranquillizzarsi. Antar mouna, l’osservazione dei pensieri, è un’altra pratica che serve a gestire emozioni come la gelosia. Ad ogni modo, dovrete sviluppare consapevolezza e oggettività allo stesso tempo. Dovete capire il ruolo di ogni cosa che state affrontando nella vita e soprattutto dovete capire come fare ad utilizzarlo per crescere.

Tutto ciò può essere possibile solo se si sviluppa oggettività e una certa forma di distacco.


lunedì 7 aprile 2014

LA GESTIONE DELLE EMOZIONI

 di SWAMI SATYASANGANANDA SARASWATI
Harrogate, Inghilterra, 16-19 luglio 2009



Come possiamo eliminare o diminuire gli effetti della gelosia e dell’invidia?
Tutte le emozioni, non solo gelosia e invidia, sono forme di energia. Questo mondo è l’espressione di due principi, non uno. Questo mondo ha radici nella dualità. Se esiste il giorno, esiste anche la notte; se c’è il caldo, c’è anche il freddo. Di conseguenza, dire “Non proverò mai nulla di negativo”, è come girare le spalle alla realtà. Ovviamente tutti noi vogliamo liberarci di gelosia, rabbia e astio e tutti vogliamo sentirci carini, amabili, compassionevoli e combattere per questo va bene. Dobbiamo però comprendere che siamo fatti di alcune qualità che la natura ci ha dato. Queste qualità sono indicate come sattwa, rajas e tamas.

La battaglia
Siamo fatti di queste qualità. Dove c’è amore, c’è anche odio. Troviamo questi opposti dappertutto ma se osserviamo meglio, possiamo notare che alcune persone sono più gelose di altre, alcune invece sono più astiose e altre ancora si sentono sempre in colpa. Allo stesso tempo, alcuni sono compassionevoli, non provano gelosia, semplicemente sono nati senza questo tipo di emozione; pur avendo in sé le qualità di rajas e tamas, la qualità di sattwa è più sviluppata e predomina sulle altre.
Non penso che al mondo ci siano persone che non provino sentimenti di gelosia e di invidia. C’è gente consapevole di essere gelosa che si sa gestire meglio. Non permettono di lasciare che le emozioni li travolgano al punto di influenzare le loro azioni e le loro decisioni. La maggior parte di noi non lo riesce a fare; appena la gelosia si manifesta, la nostra mente si offusca. Fino a quando saremo in questo corpo, saremo soggetti alle influenze rajasiche e tamasiche. A seconda del karma, queste influenze si manifesteranno in misura maggiore o minore ma ad ogni modo si manifesteranno, sempre. E’ un archetipo, un samskara, che può essere trasformato perché è solo un flusso di energia.
Se si conosce come fare, si può invertire la direzione dell’energia. Se si è sotto gli influssi della gelosia, la qualità dell’ esperienza non sarà certamente positiva in quanto la mente ne risulterà influenzata. Il Tantra dice: ”Non preoccuparti di questo, non sentirti in colpa o inferiore a causa di questo; tutti provano queste cose, nessuno ne è dispensato”. La prima cosa da capire e da accettare è che non c’è niente di sbagliato nella gelosia.  Se non si provasse gelosia, non si combatterebbe per ottenere le cose.  E’ a causa della gelosia che si lotta per ottenere le cose altrimenti sareste lì, immobili, a far niente, come un cavolo o un cavolfiore.

Usate la gelosia in modo costruttivo. Se disegno una linea su un pezzo di carta e vi dico: ”Dovete fare una linea ancora più lunga”, cosa fareste? Le opzioni sono due, cancellare la linea o disegnarne una più lunga. Si cerca quindi di “superare” sempre la persona di cui si è gelosi. Ecco lo scopo della gelosia, dell’invidia. Si cresce a causa di questo sentimento ma attenzione, c’è anche un lato molto negativo. La gelosia ci può distruggere e può far male e distruggere anche la persona di cui siamo invidiosi. L’opzione più benefica è quella di far meglio e superare la persona verso la quale proviamo gelosia e quindi considerare questo sentire come una “spinta a far meglio”, niente di più.