lunedì 17 novembre 2014

Educazione alla vita ***seconda parte****

Swami Niranjanananda Saraswati
Welcome Address, 26 October 2013, Polo Ground, Munger
da Yoga Mag – current issue

Sei poteri di Prakriti

Questa personalità è costruita non solo dai vostri amici, dalla vostra famiglia, società, cultura, religione, credenze, etica e morale che vi circonda o dall’educazione con la quale siete cresciuti ma anche dai sei poteri di Prakriti che avete ereditato quando siete venuti al mondo.
Questi sei poteri di Prakriti sono entrambi vincolanti e liberatori. Sono conosciuti dalla nostra tradizione come amici e antagonisti. Quando vincolano, diventano nemici ma quando liberano, sono amici. Nella vita reale, succede il contrario. Quando nasciamo, iniziano a contribuire a dar forma alla nostra personalità. 
Ma quali sono questi sei poteri? Kama, passioni, desideri, ossessioni; krodha, motivazione, aggressività, dinamismo; lobha, avidità; moha, infatuazione; mada, arroganza, complesso di superiorità; matsarya, invidia delle altre persone. Queste sono le sei qualità di tamoguna che attirano la mente in questa dimensione.
Quello che esprimete nella vita è quello che vi hanno dato come input. I vostri pensieri, le vostre ambizioni, le interazioni e le percezioni sono guidate da loro. Loro diventano la vostra natura e la vostra personalità.
Arriva poi un momento in cui mente e spirito si connettono. Quando i sei amici e la mente si uniscono, vi dimenticate dell’essere superiore, della natura superiore e delle qualità superiori. Capita, talvolta, che un fiore fiorisca nel deserto. Può succedere quindi che venga stabilita una connessione fra mente e spirito che vi farà realizzare che quelle cose che consideravate vostre e delle quali ne eravate orgogliosi sono in realtà deterioranti per la vostra crescita e quindi sono impedimenti per il vostro sviluppo. Quelle cose che vi hanno permesso di diventare quello che siete oggi sono in realtà nemici che ci confinano in questa dimensione di sofferenza, desiderio, vasana e che non ci permettono di fare esperienza della libertà e della bellezza che sono lo scopo della vita.

Applicare il sanyam per una vita armoniosa

I sei amici sono quindi ora visti come nemici. I sei nemici possono essere controllati dal processo del sanyam così come controllate i cavalli con le redini. Se lasciate le redini, non potrete sapere quale cavallo scapperà in quanto avete ormai perso il controllo. Allo stesso modo, attraverso il sanyam potrete frenare i sei:
kama, krodha, lobha, moha, mada e matsarya.
In realtà, non spariscono perché sono parte di voi ma sono sotto controllo per mezzo del sanyam. 
Nulla sparisce in questa vita, le abitudini e le caratteristiche non spariscono ma possono essere canalizzate, controllate, modificate, convertite e trascese. 
Questo è lo scopo di uno stile di vita yogico.
 Uno stile di vita yogico non dipende da quante ore di yoga e meditazione fate, questo è irrilevante.

Lo stile di vita yogico è il concetto di vivere una forma di vita corretta e armoniosa.



lunedì 3 novembre 2014

Educazione alla vita

Swami Niranjanananda Saraswati
Welcome Address, 26 October 2013, Polo Ground, Munger
da Yoga Mag – current issue

Il tema di oggi  è “Yoga e stile di vita”.
Dovete comprendere la parola “lifestyle” (ndt: stile di vita) nel suo contesto corretto. Qual è il suo vero significato? Lo stile di vita e la routine giornaliera sono due cose differenti. Routine è quello che fate ogni giorno mentre lo stile di vita è il modo in cui vivete.
Vi alzate alle quattro, alle cinque, le sei, le sette, le otto e così via; questa è la vostra routine, la vostra scelta. Fate colazione quando volete, andate a lavorare all’orario stabilito, tornate a casa, fate le cose che vi piacciono a determinate ore. Questa è la vostra routine, non il vostro stile di vita.
Definizione di lifestyle
Lo stile di vita è un’espressione della vostra personalità, i vostri tratti particolari, il vostro carattere. Se la vostra personalità, i tratti, il carattere e le abitudini sono rivolte verso l’ottenere pace, appagamento e prosperità, e se sono mirate allo sviluppo della vostra consapevolezza spirituale, in questo caso, starete vivendo una vita perfetta. Se invece vi accorgete che il vostro modo di esprimervi è contradditorio rispetto alle vostre aspirazioni personali, avete bisogno di modificare il vostro stile di vita in quanto il lifestyle è un’espressione della maturità di mente ed emozioni. Come vivete, come vi comportate nel mondo, come rispondete alle situazioni, tutto questo ha luogo a secondo delle vostre qualità interiori e della vostra forza. Quella qualità interiore e quella forza interiore fa parte della mente. Voi diventate quello che pensate. Pensare e diventare devono comunque essere in sintonia.
Diventare ed essere
Una banana non può pensare “io posso diventare un’arancia” e quindi diventare un’arancia. Un limone non può pensare “sono una mela” e diventare una mela. No. C’è differenza fra pensare e diventare anche se gli esseri umani hanno l’abilità di diventare quello che pensano. Questa è l’unica forma di vita dotata di senso che ha questa abilità: quella di diventare quello che si vuole. Inoltre, nella vita di un essere umano si verificano due processi: quello di diventare e quello di essere. Inizialmente, diventate, in un secondo tempo, siete.
Il processo di diventare si manifesta adottando nuovi tipi di qualità mentre l’essere è l’espressione del meglio che avete da offrire. Diventare è il sadhana ed essere è l’espressione. Diventare è Munger, essere è Rikhia. Sri Swamiji ha detto: “Prima di venire a Rikhia, trascorrete un po’ di tempo a Munger”. Diventare ed essere sono due espressioni della missione di Sri Swamiji.
A Munger dovete lavorare duro e confrontarvi con voi stessi, trasformarvi e trascendere i vostri limiti. Qui a Rikhia dovete solo essere un'unica cosa con l’ambiente, con lo spirito e con l’energia del posto, tutto qui. Ci sono due aspetti della missione di Sri Swamiji e nessuno dei due è più importante dell’altro, sono entrambi complementari così come me e Swami Satsangi.

Stiamo parlando di stile di vita e questo è il processo: prima divenite attraverso il processo di trasformazione poi siete, vivendo quell’espressione creativa. Questo è lo stile di vita, l’espressione dei tratti, delle abitudini, della natura e del carattere del proprio essere interiore, quello che è conosciuto con il termine “personalità”.
(continua...)

sabato 25 ottobre 2014

Durgādvātriḿśatnāmamālā (Ripetizione dei 32 nomi di Durga)



 Il pantheon indiano con tutti i suoi dei è un’immagine dell’evoluzione spirituale e l’adorazione delle dee, la forma femminile del divino, ha un ruolo molto importante.
Durga, di cui pronunciamo i 32 nomi in questo mantra, è spesso considerata una manifestazione di Parvati, la compagna di Shiva. È la Madre Cosmica, che si manifesta per aiutare e proteggere gli uomini che ogni giorno combattono contro il male per far prevalere la verità. Infatti viene raffigurata come una guerriera, sorridente ma armata. Secondo la tradizione pronunciare i nomi che la definiscono nei suoi diversi aspetti porta alla trasformazione della coscienza verso stati più elevati.

1 Om Durgā (Durga)
2 Durgatirśamanī (Colei che distrugge i tempi cattivi / Who destroys bad times)
3 Durgāpadvinivārinī (che rimuove gli ostacoli / Who removes obstacles)
4 Durgamacchedinī (che sfida le destinazioni più ardite / Who pierces hardest destinations)
5 Durgasādhinī (che doma le situazioni più complesse / Who tames the hardest situations)
6 Durganāśinī (che ha distrutto Durga qui Durga non è la dea ma un demone con un nome simile (ndt) / Who destroyed Durga¹)
7 Durgatooodhārinī (che dona sollievo dalla mala sorte / Who uplifts from bad fate)
8 Durganihantrī (impossibile da uccidere / impossible to be slayed)
9 Durgamāpahā (che distrugge le difficoltà / Who destroys difficulties)
10 Durgamajñānadā (che conferisce conoscenze difficili /Who bestows of difficult knowledge)
11 Durga dai tyaloka davānalā (che è fuoco per la civiltà demoniaca potente come un albero)
12 Durgamā (che è difficile da rivaleggiare o eguagliare / Who is hard to approach or parallel)
13 Durgamā-lo-kā (che è la dimora della luce più abbagliante /  Who is the abode of irrepressible glow)
14 Durgamātmasvarūpinī  (che è la forma di Atman più difficile da raggiungere / Who is the hard to reach Ātman-form)
15 Durgamārgapradā (che permette di percorrere il cammino più pericoloso /Who bestows of difficult to achieve path)
16 Durgamaviddyā (che è la conoscenza più difficile da ottenere / Who is the hard to achieve knowledge)
17 Durgamāśritā (che è supportata dalla divinità / Who is supported by divinity)
18 Durgamajñānasaḿsthānā (che è la sede della conoscenza più alta da raggiungere / Who is the abode of hard to achieve knowledge)
19 Durgamadhyānabhāsinī (che appare come luce durante la meditazione intensa / Who appears as light during intent meditation)
20 Durgamohā (che è schiavitù immensa / Who is immense bondage)
21 Durgamagā (che è difficile da ottenere o raggiungere / Who is difficult to attain or reach)
22 Durgamārthasvarūpiṇī (che è la conoscenza più alta/ Who is the difficult knowledge;
23 Durgamāsurasanhantrī  (che distrugge I demoni imbattibili /Who destroys the imsurpassable demons)
24 Durgamāyudhadhāriṇī  (che possiede armi indistruggibili / Who possesses irrepressible weapons)
25 Durgamāńghī  (arti potenti / Who has strong limbs)
26 Durgamatā (che è complicata/ Who is difficult)
27 Durgamyā (impossibile da colpire / Who is hard to visit)
28 Durgameśvarī (che è la Dea di ogni cosa difficilmentee raggiungibile / Who is the Goddess of everything difficult to achieve)
29 Durgabhīmā (che è coraggiosa / Who is gallant)
30 Durgabhāmā (che è molto infuriata /Who is very wrathful)
31 Durgabhā (che ha una brillantezza impeccabile / Who has impeccable shine)
32)Durgadāriṇī  (che concede la felicità ineguagliabile / Who bestows induplicable happiness).


Questa registrazione è stata eseguita nel nostro centro, con la partecipazione di soci, insegnanti ed allievi nello spirito di karma yoga, in omaggio ai nostri Maestri.


venerdì 17 ottobre 2014

Qual è la più grande conquista della vita umana?

tratto da un Satsang di Swami Niranjanananda 

Qual è la più grande conquista della vita umana?

Alcune scritture dicono che sia l’ottenimento di un corpo umano, altre l’intelligenza che ci rende unici rispetto ad altre forme di vita.
Esistono diverse opzioni sull’argomento e forse da ogni singolo punto di vista sono tutte corrette ma da un’altra prospettiva si può dire che la conquista più grande per un uomo sia l’avere fede perché è la fede che mantiene la mente e le emozioni in equilibrio. La fede non permette l’infedeltà emotiva o intellettuale e questo è la cosa più importante che riguarda la fede stessa.

La fede è l’espressione originale del cuore umano. 
Quando nasciamo, funzioniamo grazie al cuore e non alla mente. Quando iniziamo la nostra educazione formale, la mente prende il sopravvento sulla componente del cuore che viene messa in secondo piano in modo che nel corso della nostra vita possiamo gestirci attraverso l’intelletto e la logica domandandoci i perché e i come in relazione all’espressione intellettuale.
Alcune cose possono però essere solo capite o anche analizzate attraverso la facoltà dell’intelligenza e questa è la forza del cuore. Il cuore è sempre lì che offre supporto, sicurezza, compassione, amore e affetto, tutte le cose buone della vita. La mente può pensare ad aspirare alle cose buone ma spesso è deviata da altro. Il desiderio rimane un desiderio, il pensiero rimane un pensiero e l’aspirazione non può mai essere implementata.
Pensate all’importanza della fede nella vostra vita. Ci sono diverse mentalità, diversi samskara o impressioni, che appartengono ad ogni forma di civiltà, ad ogni gruppo sociale. La mentalità dipende dall’ambiente sociale e se questo non riesce a bilanciare aspirazioni spirituali e bisogni materiali, il risultato è uno scollegamento dalle forze energiche e terrestri. Quando questo si verifica, la mente si trasforma, diventa grossolana, materialistica e sensuale, sempre più piena di brama e desideri.
Tutti questi desideri, tutte queste ambizioni ci portano a cercare soddisfazione all’esterno ma nel momento in cui non siamo in grado di trovare piacere, felicità, appagamento nel mondo, entriamo in un circolo depressivo pieno di insicurezze, un circolo aggressivo che fa paura che finisce per dominare il nostro atteggiamento. 
I nostri squilibri psicologici ed emozionali disturbano l’ambiente famigliare e come conseguenza anche la società ne viene coinvolta. 
E’ così che per evitare la frustrazione, diventiamo dipendenti da qualcosa in modo da allontanare questa forma depressiva.
Questo è il momento in cui la fede deve subentrare.

La fede è la qualità che bilancia gli squilibri psicologici ed emozionali.
C’è una grande differenza fra un mendicante ed un ladro che possiede un coltello per derubarvi. Se un mendicante, in India, non ha ricevuto nessuna rupia ed è quindi affamato, prima di andare a dormire dirà: ”Dio non ha voluto che io mangiassi oggi. Io accetto il volere di Dio. Domani probabilmente sarà un giorno migliore.” Il mendicante rimane così sereno davanti al suo destino. La fede vi dona la pace, il sollievo, la sicurezza, una consapevolezza di essere guidati dal creatore. Così non è per il ladro per cui il proprio appagamento personale è più importante di qualsiasi vita umana.
Da sempre, la fede è la qualità che è radicata in una mentalità culturale ma quando la logica prende il sopravvento, si diventa materialisti nella propria natura e si perde l’equilibrio e l’armonia interna.




lunedì 6 ottobre 2014

Riscoprire lo yoga

Swami Satyasangananda saraswati
Hyderabad, India, 14 marzo 2008
tratto da Yogamag

La gente di Hyderabad così come tutti quelli che si trovano qui oggi sono fortunati perché hanno avuto modo di sentire due mantra dati da Swami Satyananda. Hari Om è il mantra che ha dato a Munger e Namo Narayana quello dato a Rikhia. Entrambi sono mantra importanti che hanno invaso la vostra coscienza, permettendo alla divinità dentro di voi di venire fuori. Riconoscere questa divinità interna è l’oggetto principale dello yoga.

Nel Ramacharitamanas, c’è una parte speciale quando Jamavant ricorda ad Hanuman la sua grandezza. Hanuman fu mandato da Rama a cercare Sita che era stata rapita da Ravana. Quando raggiunse l’oceano, si chiese come attraversarlo. In quel momento Jamavant gli ricorda che lui possiede un siddhi, un potere psichico, quello di essere in grado di volare e quindi di attraversare l’oceano per arrivare dall’altra parte. Allo stesso modo, noi oggi siamo qua per ricordarvi qualcosa che sapete già ma che avete dimenticato. Avete infatti dimenticato lo yoga che è la vostra eredità in quanto siete nati nella terra dei rishis e dei munis, terra di saggi e santi. E’ l’eredità che i vostri antenati vi hanno lasciato.

Siamo qui per ricordarvi e non per insegnarvi in quanto sapete già tutto. Noi serviamo solo ad aiutarvi a rimuovere il velo che offusca la vostra memoria. La conoscenza vi è stata tramandata dal rishi parampara, la tradizione dei saggi. Per il genere umano, è una conoscenza essenziale, a prescindere dall’età in cui vive, satya yuga o treta yuga, ma in kali yuga diventa ancora più importante in quanto l’uomo si è sempre più allontanato dalla sua natura essenziale.

Cos’è lo yoga? 
Yoga è vivere una vita naturale, una vita che voi siete in grado di comprendere e al momento non state vivendo quella vita. Se voi viveste una vita naturale, il vostro corpo vi comunicherebbe ciò di cui ha bisogno in quanto egli stesso è un prodotto della natura, pancha mahabhoota, i cinque stati essenziali della natura, e di conseguenza vi suggerirebbe il tipo di vita adatto a voi. Dal momento che il corpo è un prodotto della natura, ogni mezzo che possa migliorarvi dovrebbe essere naturale e non chimico. Ingeriamo molte cose che non sono naturali e queste sono una delle cause degli squilibri che ci sono nel corpo. Quando parliamo di yoga, non parliamo solo di asana e pranayama ma ci riferiamo ad un completo stile di vita.

A Rikhia, il posto di Swami Satyananda che è uno degli esponenti più grandi dello yoga, non insegniamo yoga. E’ stata una decisione conscia anche se insegniamo a molta gente a diventare insegnanti di yoga. Abbiamo infatti deciso che era meglio insegnare a vivere una vita yogica invece che insegnare solo materie attinenti lo yoga. Praticare asana dieci minuti al giorno non è sufficiente, è come commettere peccati tutta la settimana e poi confessarsi alla domenica per poi essere pronti a peccare ancora. Se vi riempite di tossine per tutta la settimana e poi le volete eliminare con dieci minuti di asana, questo non è proprio possibile. Lo stile di vita yogico deve essere parte integrante del vostro curriculum. La gente si avvicina allo yoga quando inizia a sentire che nella propria vita c’è qualcosa che non va, che c’è uno squilibrio nel corpo, nei pensieri e nelle emozioni. Per correggere tutto ciò non è sufficiente fare yoga ma vivere lo yoga.

Stile di vita yogico significa equilibrio e disciplina. 
L’esempio migliore di equilibrio si trova in natura. La natura è equilibrata. La notte è equilibrata dal giorno, il caldo dal freddo. E’ cosi che la natura agisce, equilibrando tutto ciò che si verifica. E questo è l’esempio che dovete seguire iniziando dalla quantità di tempo che dedicate al sonno, da cosa mangiate, da cosa dite e da quanto lavorate. Ogni cosa deve essere regolata. Equilibrio è intraprendere il sentiero di mezzo ed escludere gli estremi. Quando conducete una vita agli estremi, intossicate il vostro corpo, la vostra mente e poi arriva regolarmente il conto.

L’altro aspetto importante è la disciplina. Se volete ottenere qualcosa, dovete disciplinarvi. Sia che siate musicisti, uomini di affari o casalinghe, dovete essere disciplinati in tutto ciò che fate. Senza disciplina, non potete praticare yoga.

Questo è lo stile di vita yogico a cui dovete aspirare se volete includere lo yoga nel vostro curriculum e non ridurre tutto alla pratica di asana





mercoledì 24 settembre 2014

Il potere della riflessione

 di Swami Niranjanananda Saraswati

 tratto da Avahan Magazine numero 3 anno 3 Maggio – Giugno 2014

L’investigazione e la riflessione sono conosciute come atma vichara.
Il motivo di questa dissertazione sta nella volontà di far disperdere quella nuvola di ignoranza per permettere una comprensione migliore e completa. In caso contrario, che senso avrebbe riflettere? Che senso avrebbe pensare?

Quando riflettete, avete la tendenza a rimuginare sui problemi invece che cercare una soluzione. In condizioni normali, se nella vita c’è un pensiero o un qualsiasi tipo di riflessione, riguarda sempre la vostra sofferenza o quel qualcosa che non avete, quello che è chiamato il “fattore di preoccupazione”.
Nella vostra vita, la riflessione non è pura perché si nasconde sempre dietro la preoccupazione con la conseguenza che vi identificate con questa e la vostra mente ne rimane ingarbugliata. Non riuscite ad essere naturali, spontanei, liberi ma vi imbrigliate nel vortice dove vi ha trascinato un pensiero, un’idea, un sentimento, un’emozione. Vi fate trasportare giù in quel vortice di preoccupazione che fa sparire sia la speranza che quello che avete acquisito fino a quel momento. E’ come andare a fondo nell’oceano senza avere la possibilità di risalire a galla. Abbandonate il cielo, il sole, il vento mentre siete trascinati verso il fondo dove l’acqua vi soffocherà. Questa è avidya, questa è ignoranza. L’aspetto negativo della riflessione vi porterà sempre in un sempre più profondo stato di ignoranza.

La riflessione vera è l’antidoto, invece di preoccuparvi, rifletteteci correttamente sopra. Trovate la soluzione al problema e invece di iniziare a pensare “Io sono così..”, riflettete sul coltivare le vostre potenzialità  che vi permetteranno di non essere solo fatti in quel modo. Cercate di scoprire se potete essere migliori e diversi. Attraverso la riflessione, il senso di colpa e l’ignoranza possono essere evitati in modo da avere una mente più limpida. Con la chiarezza in mente, arriverà anche la saggezza e la giusta conoscenza. Questa saggezza e conoscenza sono atma vichara, riflettere sul proprio essere. Nella preoccupazione, nell’ansia e nella frustrazione, c’è sempre una reazione e non una riflessione. La riflessione esiste quando siete in grado di vedere la situazione sotto una forma diversa, una luce diversa. Per esempio: se qualcuno si lamenta di qualcun altro, potrete subito vedere che quella persona sta parlando spinta dalla gelosia quindi non è il soggetto della lamentela ad essere dalla parte sbagliata ma chi sta criticando.

Il motivo dell’esistenza della riflessione è quello di mantenervi focalizzati su voi stessi e non su cosa vi circonda e influenza. Imparate a utilizzare saggezza e conoscenza per disperdere quella nuvola di ignoranza che vi fa fare le cose sbagliate e accumulare risultati negativi. Se riuscite a diventare consapevoli e a coltivare questo insegnamento fatto di osservazione per poi conoscere, farete quel salto che vi porterà a migliorare la relazione fra voi, la natura e il divino. Scoprirete una connessione e un legame che tiene l’essere umano, la natura e il divino uniti. Nel corso del tempo, questa riflessione diventerà jnana, saggezza, diventerà la realizzazione di “Io sono”. Ed è questa realizzazione che farà scomparire avydia.

lunedì 8 settembre 2014

Lo Yoga per sviluppare la Consapevolezza è per vivere con Consapevolezza

di Swami Anandananda, fondatore e Acharya, Scuola di Yoga Satyananda Ashram, Italia

Tratto da YOGAmag, anno 3, rivista 5, Giugno 2014


Prima di tutto, i miei più sentiti ringraziamenti e il mio rispetto vanno a Sri Paramahamsaji nella forma fisica di Swami Niranjanananda e Swami Satyasangananda.

La Consapevolezza come segno distintivo del Satyananda Yoga
Nel corso degli anni ho potuto riscontrare che uno degli aspetti e degli argomenti più importanti della tradizione dello Yoga Satyananda è l’educazione alla consapevolezza. Quello che rende lo Yoga Satyananda speciale è il fatto che insegna , enfatizza e incoraggia l’uso e l’applicazione della consapevolezza. Se partecipiamo ad una lezione o ad un seminario di Yoga Satyananda o se viviamo in un ashram come Ganga Darshan o Rikhiapeeth, quello che impariamo, che pratichiamo, che  viene stimolato e incoraggiato è lo sviluppo della consapevolezza.
Tutte le pratiche che Swami Satyananda ci ha insegnato, dalle asana al pranayama, dal rilassamento allo yoga nidra, sono tecniche di consapevolezza. Se leggete i 350 e più libri e se ascoltate i numerosi CD di yoga nidra e di pratiche meditative, sentirete moltissime volte la parola “consapevolezza”.
Se partecipate ad una lezione, vi verrà chiesto di diventare consapevoli dal momento in cui entrate nel centro yoga. Non è così importante quello che praticate e come lo fate, ciò che è importante è essere consapevoli. Ci hanno formato per sviluppare ed espandere questa consapevolezza ma, alla fine della lezione, non dobbiamo lasciarla nella sala yoga o sul tappetino. Noi dobbiamo conservarla tutto il tempo. In classe, attraverso le asana e la respirazione, il pranayama, le tecniche di yoga nidra e antar mouna, andiamo a stimolare la consapevolezza. Quando abbiamo finito e torniamo al nostro usuale ritmo quotidiano, dobbiamo mantenere questa consapevolezza. E’ sempre presente e noi dobbiamo conservarla.
Abbiamo sentito parlare di consapevolezza del respiro. Nell’educazione infantile, in una classe di yoga o in ogni altro campo di applicazione dello yoga, la consapevolezza deve rimanere sempre presente.
“Cosa sto facendo?” Questa è la consapevolezza che deve essere presente in ogni momento della nostra giornata.  Io mi rendo conto che questo è il regalo e la componente più importante dello Yoga Satyananda: l’enfasi sulla consapevolezza. Ma che cosa è la consapevolezza?

Che cos’è la consapevolezza?
Visitando diversi paesi, ho avuto l’opportunità di verificare che in molte lingue, non esiste una parola per consapevolezza. A volte, esiste una sola parola per “mente”, “coscienza” e “consapevolezza” e talvolta questo mi ha messo in difficoltà nello spiegare cosa significhi consapevolezza. La risposta mi è arrivata guardando un documentario della BBC nel quale facevano degli esperimenti sulla consapevolezza degli uomini che vivevano in un ambiente metropolitano. La conclusione di questo documentario sviluppato da ricercatori eminenti è stata la seguente: “Possedete gli occhi, gli occhi sono aperti e quindi guardate, ma se non c’è consapevolezza, non vedete”. Da qui deduciamo che la consapevolezza è la differenza fra guardare e vedere, fra sentire ed ascoltare.
Questa è una ricerca formidabile e se Swamiji me lo permette, vorrei condividerla con voi. I ricercatori hanno utilizzato degli attori in una situazione caotica tipo all’uscita di una stazione di treni. Un attore era vestito come un turista smarrito e aveva una macchina fotografica e una cartina. Ad un certo punto, fermava una persona che stava uscendo dalla stazione e gli chiedeva: “Ah, per favore, mi dia qualche direzione”. La persona si fermava per aiutarlo e per dagli informazioni. Mentre stavano parlando, altri due attori vestiti da operai, trascinavano un grande pezzo di compensato e passavano in mezzo a loro. Per due secondi il turista e il passante rimanevano coperti senza potersi vedere mentre i ricercatori sostituivano l’attore che impersonava il turista smarrito con un altro. Il 99% delle volte, la gente continuava a fornire spiegazioni e indicazioni come se nulla fosse successo. Non si rendevano conto che l’uomo alto con gli occhiali e vestito in jeans era stato sostituito con uno basso, grasso e senza occhiali.
I ricercatori in seguito chiedevano se si erano accorti della sostituzione e la risposta era quasi sempre: “Ah…Oh, forse, si, qualcosa”. Ad ogni modo, non si rendevano conto che avevano parlato a due persone diverse. Per i ricercatori, questa è la condizione di chi vive nelle grandi aree metropolitane.

La distrazione
Ieri Swamiji ha detto qualcosa a proposito della parola “distrazione” in latino; “dis” deriva da “distanza” e “trazione” ha la propria radice in “tractus” che significa essere attratti in un’altra direzione.
Questa distrazione non è l’unica. In una condizione, in una situazione metropolitana, il numero di distrazioni è enorme, ce ne sono a migliaia. Se camminate per 500 metri in una grande città, sentirete moltissime cose, vedrete moltissime cose e sarete attratti da moltissime parti e questo influenza la condizione e lo stato di consapevolezza che in questo modo viene sparpagliato producendo come risultato, stress e altri disagi.
Quando andiamo ad una lezione di yoga o in un ashram, ci viene chiesto: “Divenite consapevoli dei vostri piedi, del vostro respiro, del vostro ombelico, divenite consapevoli di quello che state pensando, di quello che state facendo”. Ci chiediamo: “A cosa sto pensando?”. Da questo tipo di consapevolezza, noi cambiamo la nostra condizione da uno stato confuso, dispersivo ad uno stato più centrato e compatto e tutto questo è stato provato.
Recentemente, stavo leggendo un libro interessante sul cervello dove si diceva che è stato scoperto che quando qualcosa viene fatta con consapevolezza, il cervello e la mappa del cervello la registra nell’area appropriata e difficilmente si dimentica, rimane lì, si trasforma in un’esperienza.

Muoversi da una consapevolezza grossolana ad una più sottile
Il modo di usare e applicare la consapevolezza in questo modo è la bandiera principale della tradizione Yoga Satyananda. Sia che riguardi la salute, i ragazzi a scuola,  le prigioni o la realizzazione interiore, quello che usiamo è la consapevolezza e io sono molto grato verso chi mi ha educato ad essere consapevole.
Se praticate e soprattutto se insegnate lo Yoga Satyananda, mettete consapevolezza nelle pratiche, includete sempre la parola “consapevolezza”. Usatelo questo termine. Se praticate yoga, yoga di qualsiasi tradizione, praticate con consapevolezza. Chiedetevi: “Cosa sto facendo? Cosa sto facendo adesso? Che cosa sto sperimentando ora?”. Questo atteggiamento, questo approccio vi tornerà utile anche quando vi chiederete: “Dove sto andando? Da dove provengo? Quale è la mia direzione?”. Questo vi porterà ad essere consapevoli della vostra vita, del vostro dharma, consapevoli di quale è il vostro ruolo, consapevoli di ciò che è appropriato per voi.

Note conclusive
Vorrei concludere con un caso che ho recentemente sperimentato a Ganga Darshan.
Ganga Darshan è il posto più attivo dove viene esercitata la consapevolezza e questo avviene a molti livelli. Nei bagni, vicino agli specchi, c’è una foto di Swami Sivananda e sotto c’è una frase che dice: “Preservate l’acqua, ogni singola goccia di acqua è preziosa”. Quando lo leggo dico: “Oh. Bello. Bene, molto bene”. Poi velocemente apro il rubinetto, mi lavo le mani e lo chiudo subito ricordandomi “Non sperperare l’acqua, l’acqua è preziosa”. Poi esco dal bagno e dopo alcune ore, quando mi trovo alla cisterna dell’acqua potabile, la verso nel bicchiere e la bevo. Sento che sono ancora assetato e ne verso ancora un po’, faccio due, tre sorsi e un po’ di acqua rimane nel bicchiere. Istintivamente, mi viene da gettarla via ma il mio braccio si blocca e la rimetto nella cisterna realizzando che preservare l’acqua non riguarda solo quella del bagno. Perché dovrei buttare quest’acqua adesso?
Lo stesso avviene a lezione, perché dovrei essere consapevole solo durante la lezione e poi quando finisco non esserlo più? Quello che mi è successo con l’acqua mi ha reso più consapevole e mi ha fornito un ulteriore spunto educativo.
Sono sicuro che chiunque si trovi qui per la prima volta, alla Convention e al Golden Jubilee, sia stato educato in ogni area e aspetto ma non siamo solo stati educati, noi siamo anche scienziati. Come è stato già detto da altri oratori, noi siamo i ricercatori e anche il laboratorio. Noi siamo gli studenti e gli scienziati.
Grazie, grazie molto. Grazie Paramahamsaji, grazie Swami Niranjanananda, grazie Swami Satsangi.


25 Ottobre 2013, Polo Ground, Munger






giovedì 21 agosto 2014

Qual è il significato dello Shanti Path e perché si canta alla fine di una lezione?

di Swami Niranjanananda Saraswati
tratto da http://www.yogamag.net/archives/1992/bmar92/sat292.shtml

Shanti Path ha due significati.
Principalmente è un mantra di pace e prosperità che tradizionalmente viene recitato alla fine di ogni sessione di yoga per infondere il corpo e la mente di vibrazioni e sentimenti positivi ma serve anche alla personalità psichica, che viene influenzata dalle vibrazioni, per ricordarsi dello scopo spirituale.

Gli yogi hanno sempre considerato l’essere umano anche come un essere spirituale. Questo non è solo un concetto; gli yogi sostengono che si può fare esperienza dell’essere spirituale e dell’essere mentale attraverso la percezione del corpo così come normalmente si percepisce l’essere fisico. Sia che siate cinesi, giapponesi, indiani o australiani, il corpo è sempre lo stesso. Due braccia, due gambe, una testa, due occhi; è come uno stampo di Dio che è stato messo in ogni luogo. Ci sono solo delle differenze fisiche, altezza, colore, ecc. ma il corpo fisico è quello, per tutti.
Allo stesso modo, si considera la mente come se avesse un corpo e le eccentricità della mente, le diversità della mente non sono altro che la personalità individuale. Bisogna però considerare che la mente ha anche una forma generalmente  non percepibile così come l’atma, il corpo spirituale. Quando ci  confrontiamo con l’intelletto sul piano grossolano, anche il corpo spirituale o atma interagisce sotto forma di vibrazioni. 
Per comunicare esternamente, utilizziamo l’hindi, l’inglese oppure altre lingue ma internamente la comunicazione conosce un linguaggio di vibrazioni che è universale. Tutti noi ne abbiamo fatto esperienza quelle volte che abbiamo percepito sensazioni buone o cattive nei confronti di qualche persona senza neanche parlare con loro ma solo attraverso l’ausilio delle vibrazioni emanate.

I mantra tendono a influenzare e risvegliare il campo vibratorio psichico senza la necessità di comprenderli razionalmente, logicamente. Cantare e ripetere un mantra produce una sorta di cambiamento interno del quale però non si può fare esperienza immediata a livello esteriore. 

Ogni mantra risveglia un particolare centro. Attorno ai chakra ci sono molti centri psichici che noi percepiamo come riflessi dei chakra stessi. Ogni mantra stimola uno dei centri minori e una combinazione di diversi suoni può influenzare, alterare o produrre un cambiamento nella funzione generale di tutti i chakra.

Quando cantiamo lo shanti path alla fine di una seduta di yoga avviene un cambiamento nell’atmosfera intorno al corpo, dentro il corpo, intorno alla mente, nella struttura delle emozioni e dello spirito. In quel momento in cui creiamo la vibrazione, influenziamo direttamente il nostro corpo spirituale. Facciamo un esempio; se siete concentrati su qualche tipo di attività e qualcuno vi viene a chiedere qualcosa di completamente diverso, vi fermate e prima di reagire avrete bisogno di qualche secondo; dovete ridirigere la vostra attenzione, spostare la vostra mente da una cosa ad un’altra.
E’ così che nella meditazione, nelle asana, nel pranayama, nei kriya, nei satsang, nei kirtan, la mente viene distratta dal suo flusso comportamentale naturale per essere direzionata verso quello che stiamo facendo. In quel momento, il mantra entra in azione e crea delle onde che ci aiutano a focalizzare. E’ come pulire un vecchio tappeto; inizialmente vi sembra di non raccogliere tanto sporco ma se insistete vi accorgerete che viene su sempre più polvere, anche quella impercettibile.

Lo Shanti Path è un modo per sollecitare l’aspetto vibratorio della nostra personalità a poco a poco, sempre di più fino a risvegliare quei centri psichici che corrispondono alla vibrazione.


Chiaramente conoscere la traduzione di un mantra è cosa bella così come è conoscere il significato letterario dello Shanti Path ma non è condizione necessaria in quanto è internamente che dobbiamo sentirlo. 


lunedì 14 luglio 2014

L’evoluzione di Swami Satyasangananda Saraswati

Harrogate, England, 18 luglio 2009
Swami Satyasangananda Saraswati 


Swami Satyananda ha creato un vasto impero a Munger e ha viaggiato in tutto il mondo. Aveva milioni di amici e devoti, simpatizzanti e ammiratori che aspettavano solo un cenno da parte sua e invece ad un certo punto ha lasciato tutto e se ne è andato dicendo “tutto questo non è mio”. Quando ha lasciato Munger nel 1988 non aveva idea di cosa fosse il concetto di proprietà.
I sannyasa non lasciano le loro case per portare avanti un ashram, per far discepoli, diventare famosi e proporre letture. Swami Sivananda lo chiese a Swami Satyananda ed è per questo che lui lo fece ma quando il lavoro a lui richiesto fu completato, decise che era arrivato il momento di continuare il cammino intrapreso quando decise di lasciare casa sua, il cammino verso la realizzazione di sé. L’unico impegno che i sannyasa hanno è quello di onorare il loro impegno. Swami Sivananda chiese a Swami Satyananda di diffondere lo yoga e così lui fece.
Questa è la tradizione a cui noi sannyasa apparteniamo e questi sono gli ideali che dobbiamo seguire. Non possiamo essere direttori, costruttori o insegnanti per tutta la vita, dobbiamo crescere ed esplorare nuove possibilità. Questa è la necessità e il modo in cui i sannyasa devono vivere la loro vita.
Poi, un giorno, lasceremo anche tutto questo proprio come Swamiji lasciò le istituzioni. Lui si trovava su un piano universale, lavorava per il benessere universale dell’uomo. Quando un santo o un sadhu o un sannyasa si applicano nella meditazione, tutto l’ambiente ne trae vantaggio perché sta incrementando il livello di sattwa nell’ambiente stesso. E’ sattwa che sostiene l’universo, non il tamas o il rajas. Se il sattwa scompare, l’intero universo sparisce.



venerdì 27 giugno 2014

Sannyasa di Swami Satyasangananda Saraswati

Harrogate, England, 18 luglio 2009
Swami Satyasangananda Saraswati


Sannyasa è l’impegno e la dedizione che una persona impiega per migliorare se stesso nel corso della vita, per ottenere un tipo e una visione di vita diversa e per diffondere valori spirituali.

Karma sannyasa
I karma sannyasa non sono dei rinunciatari. Vivono nella società dopo aver promesso che faranno di tutto per reindirizzare se stessi in modo da crescere spiritualmente ed accelerare la propria evoluzione. E’ un impegno e il cambiamento è solo interno.
I karma sannyasa devono evolvere mentre vivono nella società svolgendo i propri compiti. Una foglia di loto nasce, cresce e muore nel fango ma non si sporca mai, sembra sempre pura e immacolata. Allo stesso modo, i karma sannyasa devono vivere nel mondo mantenendo la purezza dei propri ideali.
Potrebbero voler aiutare gli altri, fare dei sadhana particolari o vivere in ashram per un po’ di tempo in modo da migliorare la loro vita spirituale ma questo rimane una loro scelta personale che non viene mai imposta. Quello che devono fare è pensare a come migliorarsi. Se lasciare il lavoro e la società per un periodo di tempo per ritirarsi in ashram li può aiutare, lo possono fare ma non è obbligatorio.

Poorna sannyasa
I sannyasa non appartengono a nessuna setta e a nessun ordine e non sono neanche monaci o suore. La tradizione dei sannyasa ha inizio con il Dashnami Parampara, la tradizione dei Dashnami, i dieci nomi, di Adi Guru Shankaracharya. I sannyasa hanno due ideali, uno è la rinuncia, tyaga, l’altro è vairagya, il distacco. Questi sono i loro strumenti e il loro stato mentale.
Non potete diventare dei sannyasa e basta, dovete avere un certo tipo di mente. Dovete aver realizzato che questo è il modo in cui volete vivere. Non potete pretendere di essere rinunciatari e distaccati. Se non conoscete già il distacco, come potreste pretendere di essere distaccati?
E’ uno stato mentale che qualcuno riesce ad ottenere. Nel corso della loro vita, sentono un disinteresse particolare per gli obiettivi materiali e quindi optano per diventare sannyasa in quanto è questo che li attrae. E’ una realizzazione e il contrario non avrebbe senso in quanto indossare i panni geru e radersi i capelli non ha alcun senso se non accompagnati da un ideale, uno stato mentale e un sentimento particolari.
Deve essere un tipo di realizzazione molto forte altrimenti non è possibile sostenerla. La vita di un sannyasa non è facile ma è una vita di battaglie. Nella società bisogna combattere con le circostanze mentre nella condizione di sannyasa dovete combattere con voi stessi e questo viene facile solo se avete una convinzione molto forte. Se ci credete e avete fede vi sarà possibile quindi diventare sannyasa è solo per chi lo sente fino in fondo.
I poorna sannyasa, come i paramahamsa sannyasa, non appartengono a nessun ordine, lo ripeto, è uno stato mentale. I sannyasa non appartengono a nessuno, a nessun ordine, a nessuna setta. Sono pensatori liberi che vivono una vita libera.

Io vivo in un’istituzione dove c’è il mio guru ma se volessi andar via lo potrei fare e nessuno mi verrebbe a chiedere perché. Se diventassi invece una suora, sarei scomunicata. Così non è per i sannyasa che possono quindi scegliersi il tipo di vita più adeguato alla loro evoluzione spirituale. I sannyasa sono al di fuori delle norme della società, vivono fuori dalla società e hanno rifiutato la società. Non possiedono nulla, neanche i vestiti che indossano. Non sono cose imposte ovviamente, è che loro stessi hanno deciso di vivere così e fra le due cose c’è molta differenza. Non c’è sofferenza perché non si possiede nulla anzi c’è gioia immensa nel non avere niente.