sabato 28 febbraio 2015

Concentrazione e stabilità mentale

Swami Satyananda Saraswati
Gyan Mandir Military Center, Sagar, March 1979


Tratto da Yoga magazine novembre 1981

Concentrazione e stabilità mentale

Le nostre potenzialità mentali si ampliano quando sviluppiamo la concentrazione. Un pezzo di carta non brucerà se lo si tiene semplicemente sotto il sole! Tuttavia, se i raggi del sole convergono attraverso una lente convessa in un punto focale, l'intensità del calore permetterà alla carta di bruciare. Analogamente, se le nostre energie mentali non sono incanalate in modo corretto, queste andranno sprecate molto rapidamente e la mente diverrà più debole. Una mente che vaga, che è instabile, inquieta è soggetta a tutti i tipi di allucinazioni, manie, fobie.
Una mente che vacilla è una mente malata, squilibrata. Quando concentriamo la mente su un punto interiore, come “jyoti” o “bindu”, ciò che in realtà stiamo cercando di fare è controllarne le oscillazioni e fluttuazioni. Dobbiamo rivolgere la mente su questo punto interiore in modo che la coscienza sia fissa unicamente su di esso. Dopo un po’ di esercizio e pratica, la mente inizierà a diventare concentrata e stabile nell’osservazione di quel punto.
Quando si è saldi nella concentrazione, le energie mentali vengono preservate. Quando non c'è tensione o dispersione, la pace e la forza interiore possono essere conseguite. Quando la mente è libera da distrazioni, le facoltà intuitive superiori si rivelano all'individuo ed iniziano a guidarlo. La fiducia aumenta, le paure immaginarie svaniscono, si diviene capaci di affrontare la vita in maniera pacifica e con forza spirituale. Questo è lo Yoga.
Lo Yoga rende la mente forte, in grado di sopportare dolore e infelicità. Dopo una pratica regolare di Yoga, equilibrio e vitalità diventano normali qualità della mente. Con una mente stabile, un uomo è in grado di irradiare forza e fiducia. Una mente dissipata, invece, diventa sempre più debole e pone solo ostacoli al suo stesso progresso.
Una mente efficiente è essenziale quanto un corpo efficiente. Addestramento e disciplina, a cui ogni soldato è sottoposto, sono utili per il corpo, ma non basta! Un corpo forte con una mente debole è di nessuna utilità. La vera forza risiede nella mente. Solo con una mente forte e stabile si sarà in grado di realizzare qualcosa di lodevole nella propria vita.
Per raggiungere questa stabilità mentale, occorrono solo dieci minuti di meditazione ogni mattina. Decidete solo su cosa concentrare la vostra mente. Se decidete per la fiamma di una candela, siate consapevoli di questo e nient'altro. Quando la mente è ferma su un punto focale, anche solo per pochi secondi, vivrete una meravigliosa esperienza.

Veri soldati

Attraverso la meditazione noi cerchiamo di controllare i nostri pensieri, proprio come lo scienziato cerca di controllare le forze della natura. La mente è una forza, il pensiero è una forza, le emozioni sono una forza, la memoria è una forza. Lo stato di felicità o infelicità è strettamente connesso al livello di energia. La mente, di conseguenza, non è né diabolica, né corrotta. Nella scienza della meditazione dobbiamo comprendere alcune cose di base e modificare alcune delle nostre convinzioni. Come definiamo la mente? È semplicemente la macchina del pensiero o c'è di più? La definizione finale a cui sono convenuto è che “la mente è energia”.
Alcune persone sono state in grado di controllare questa energia, ma la maggior parte no. La mente è una forza potentissima. Coloro che hanno addomesticato questa mente hanno domato il mondo. Essi sono diventati grandi statisti, profeti, artisti o scienziati. Anche questi sono miracoli della mente! Coloro che si sentono infelici, depressi, frustrati, pessimisti, in conflitto con sè stessi, semplicemente non sono stati in grado di padroneggiare la mente. Quindi, dobbiamo trovare un modo per utilizzare al meglio le energie della mente.
Un grande uomo in qualsiasi ambito non è semplicemente un prodotto del destino. Non è un caso, né una combinazione di condizioni astrologiche o planetarie. Un grande uomo è colui che è stato in grado di gestire la mente e, di conseguenza, il mondo.
Questo fu intuito dai Rishi in India migliaia di anni fa. Pertanto, decisero di trovare il modo migliore per raggiungere questo obiettivo. Nel corso della loro sperimentazione, scoprirono innumerevoli tecniche e strumenti, sebbene avessero dei limiti oggettivi.
Alcuni fra questi strumenti, tra i quali anche LSD e hashish che ancora oggi vengono adoperati, sono stati utilizzati in India migliaia di anni fa. Durante il periodo vedico, si era soliti prendere la soma, una bevanda allucinogena per andare in trance, ma andare in trance non era la meta ultima. Allo stesso modo, la meditazione non deve essere unicamente un traguardo ma, innanzitutto, un’occasione per trasformare la qualità della mente. Quando si modifica la qualità della mente, si modifica anche la qualità delle azioni. E quando si cambia la qualità delle azioni, si potrà cambiare l’essenza dell'esperienza.
La mente è in grado di esprimersi in molti modi così, se la mente è tenuta sotto controllo, si può ottenere padronanza di eventi e circostanze. Questo è ciò che stiamo cercando di spiegare. Non sono un seguace di una particolare setta, e non credo che la mia tradizione sia unica, ma so che lo Yoga è una scienza interdisciplinare magnifica.
Seguendo il sentiero dello Yoga, un giorno diventerai un vero soldato. Potrai sconfiggere i tuoi nemici interiori e raggiungere la vera libertà. Ora non siete liberi semplicemente perché non siete ancora divenuti maestri di voi stessi. Siete facilmente influenzabili da emozioni e passioni, rabbia e preoccupazioni. Non siete ancora in grado di sopportare il dolore e la tristezza, e divenite facilmente frustrati dalle difficoltà quotidiane. Non siete capaci di governare i vostri pensieri, né padroneggiare le vostre azioni. Siete ancora ridotti in schiavitù dalla vostra mente. Dovete semplicemente invertire questa situazione e ottenere il controllo su di essa. Solo allora potrete diventare dei veri soldati.










sabato 14 febbraio 2015

Se vuoi essere vittorioso, prima conquista il mondo interiore

Swami Satyananda Saraswati
Gyan Mandir Military Center, Sagar, March 1979
Tratto da Yoga magazine novembre 1981

Oggi, in questo campo di battaglia, ogni guerriero è solito affrontare un altro guerriero. Voi siete un guerriero esattamente come me.
Ci sono due tipi di guerre che l'uomo deve combattere: una sul campo di battaglia della vita, l'altra è interiormente.
La prima è combattuta contro i nemici esterni e la seconda contro i nemici interni. Gli eserciti sono addestrati per la battaglia esterna, mentre io istruisco gli uomini per quella interiore. Se non siamo adeguatamente preparati ad affrontare i nostri avversari esterni, essi si approfitteranno delle nostre debolezze e perderemo la nostra libertà. Siamo tutti ben consapevoli di questo. Allo stesso modo, se non siamo in grado di controllare e padroneggiare i nostri nemici interni, diventeremo loro schiavi e subiremo squilibrio e disarmonia.

Scienza della difesa

In ogni parte del mondo, l'umanità è in uno stato di sofferenza. Ogni individuo si sente imprigionato dentro di sé, stordito, oppresso e disorientato, frustrato. Egli vorrebbe liberare sé stesso dai propri stessi limiti ma non può, non ci riesce. Ha perso la battaglia prima ancora di iniziarla.
La scienza dello Yoga libera l'uomo da questo senso di sconfitta. È una scienza altamente sviluppata in termini di difesa poiché contiene una vasta gamma di armi che non ha limiti né di applicazione né di campo d’azione.
Quando l'uomo sarà in grado di liberare sé stesso dall’attaccamento, egli potrà respirare l'aria della vera libertà. Il nostro più grande nemico sono proprio i nostri stessi limiti. Nella letteratura antica, queste limitazioni sono state denominate forze del male, demoni personali.
Purificando noi stessi attraverso lo Yoga, diverremo come un generale di un esercito che addestra e guida i propri soldati. Allo stesso modo, noi possiamo avvalerci della forza di volontà e superare i nostri condizionamenti. Abbiamo delle qualità su cui occorre lavorare quali la resistenza, la stabilità, l’equilibrio, la concentrazione e l’autodisciplina. Esse operano proprio come i comandanti di un esercito. Quando sappiamo come utilizzare questi punti di forza interiori, allora possiamo servircene ed aspirare al raggiungimento dei nostri obiettivi più elevati. Questa, in sostanza, è la vera vittoria dell'uomo su sé stesso. Per combattere contro ciò che è fuori, dobbiamo sviluppare la capacità di domare ciò che è all’interno di noi stessi. Dobbiamo essere forti sia dentro che fuori.

Importanza della disciplina

La disciplina è connaturata al sentiero dello yoga ed è la spina dorsale dell'esercito. Essa è di due tipi: personale e pubblica. La disciplina personale è essenziale per il progresso spirituale così come quella pubblica è necessaria per il progresso della società e della nazione.
Il paese che ha un esercito disciplinato non ha timori. Analogamente, la persona che ha disciplinato i suoi sensi ha il successo garantito. Come è possibile raggiungere la meta se i cavalli del carro corrono a briglie sciolte ed il cocchiere è inquieto? Un conducente vigile, che è pienamente consapevole del suo obiettivo ed è in grado di governare ed indirizzare i suoi sensi, allora sarà risoluto e determinato a raggiungere il suo scopo.
Ecco perché ho menzionato il soldato che sta affrontando un altro soldato. Il vero traguardo si trova all'interno di noi stessi. Quello che vi ho indicato è il percorso che ci conduce proprio a questa meta. La vita interiore è più reale di quella esteriore che è transitoria, empirica, soggetta ai vincoli di spazio-tempo. Colui che ha compreso e sperimentato la vita interiore è in grado di affrontare la vita nel mondo agevolmente con semplicità e con equanimità. Per permetterci di sperimentare l’universo interiore senza isolarci dalla realtà, i Rishi hanno sviluppato le tecniche di Yoga.

Attraverso una pratica regolare e costante di Yoga possiamo raggiungere e ottenere il controllo del nostro corpo e della nostra mente. È molto semplice e chiaro. La via dello Yoga deve essere solo compresa e incorporata nella nostra vita. È sufficiente un programma giornaliero che includa poche asana, alcune pratiche di pranayama e meditazione per sviluppare la concentrazione della mente. Le asana non sono dei semplici esercizi di ginnastica, così come le pratiche di pranayama non sono meri esercizi di respirazione. Allo stesso modo, meditare non significa estraniarsi dal mondo. Asana significa postura stabile e confortevole da mantenere sia col corpo sia con la mente. Asana e pranayama sono importanti tecniche di preparazione per la concentrazione e la meditazione.



domenica 1 febbraio 2015

E LUI APRI' LA PORTA (seconda parte del post: "Il mio guru, Swami Sivananda")


(seconda parte del post Il mio guru, Swami Sivananda)


E lui aprì la porta

Feci moltissime esperienze con Swami Sivananda. Vi racconto solo questo episodio. In Ashram c’era un servitore, un giovane arrogante. Vi era la regola, in ashram, che dopo il pasto, ogni residente e ospite avrebbe dovuto prendere il proprio piatto e lavarlo sulle rive del fiume Gange. C'era un vecchio swami, il quale dopo aver concluso il suo pasto, lasciò il piatto in cucina da lavare. Gli dissi: "Lascialo pure lì, lo farò lavare." Sapevo che lui non poteva andare giù al Gange.

Khushiram, il giovane servitore, che stava lavando altre grosse stoviglie si arrabbiò: “Non voglio piatti qui. Buttalo via”. Così gettò via il piatto e io gli dissi: “Esci, abbandona l’ashram”. Questa era la mia natura. Avevo considerato solo la mia reazione e non avevo considerato che anche lui fosse un uomo. Ero un uomo forte, per cui quando gli dissi di lasciare l’ashram, egli dovette lasciare l’ashram. Ad ogni modo poi qualcuno gli disse di andare da Swami Sivananda per congedarsi da lui. Questa era la tradizione.

La sera, quando Swamiji uscì, Khushiram toccò i suoi piedi e gli disse: "Swamiji, sto andando via. Swami Satyananda mi ha ordinato di lasciare l'ashram." Swamiji non mi chiamò, aveva capito tutto, perché Swamiji era un uomo scaltro e intelligente. Swamiji accolse Khushiram nella sua cucina personale e lo tenne lì.

Questa decisione fu un’ offesa per me. Era un’ offesa recata dal mio Guru nei miei confronti. Egli tenne questo giovane al suo servizio personale – nel luogo dove mi sarei dovuto recare ogni giorno - sapendo che io gli avevo detto di lasciare l’ashram; lo avrei dunque incontrato alla porta di Swamiji. Questo episodio fu così offensivo per me, che mi disturbò parecchio.

Tutti i principi dello Yoga di cui parlavo: la mente conscia, inconscia, super conscia…tutto era distrutto. Tutti gli stati mentali erano nel caos, tutte le emozioni erano in uno stato confusionale. Tutto ciò che avevo pensato, tutte le filosofie che avevo predicato, tutto ciò che era nella mia mente era in uno stato confusionale. Perciò dissi: "Lascerò l'ashram e me ne andrò".

Poi pensai “Ricevi una piccola offesa dal tuo Guru e desideri lasciare l’ashram e andare via. Se non riesci neanche ad osservare e comprendere l’atteggiamento “offensivo” del tuo Guru, cosa sei qui a fare? E perché dici che egli è il tuo Guru?. Digli piuttosto: io sono un lavoratore, quindi per favore comportati meglio con me da oggi. Puoi non pagarmi con i soldi, ma dammi del cibo. Voglio servire l’istituto, ma non voglio essere tuo discepolo e non voglio che tu sia il mio Guru”. Posso al contrario affermare che egli è il mio Guru, la mia vita, il mio prana, ogni cosa, ma non appena mi mette alla prova fallisco.

Non riuscivo a ricordare. Feci così tanti progetti che non riuscii a dormire tutta la notte. Ero diventato niente meno che segretario dell'ashram e non un membro ordinario qualsiasi. Avevo tutte le chiavi dell’ashram, gestivo i contanti, le banche e tutto il resto, e pensai che questa offesa fosse per me come la morte.

La mattina successiva esitai ad andare nel bungalow di Swamiji, perché ero molto arrabbiato. Avevo mandato via il servitore che continuava a restare lì e a dirmi: "Ah! Così mi hai mandato via”. Sarebbe stata  una guerra tacita, segreta, tra lui e me. Allora, non riuscii a capire. Adesso capisco, perché vedo la realtà in modo distaccato. I miei discepoli non capiscono perché non hanno ancora la lucidità. Oggi nel mio ashram mi preoccupo di mettere alla prova i miei discepoli. Li ho messi già una volta alla prova e sono stato messo a mia volta alla prova.

La mattina successiva, si presentò Swamiji alla porta, non il servitore. Aprì il cancello e disse: "Hari Om, Namo Narayana.". Io dissi: "Oh sì, tu sai cosa sta accadendo alla mia mente." Mi fece entrare e osservò le mie carte, e tutto ciò che dovevo mostrargli. Non disse nulla inizialmente, poi aggiunse: "Hai apprezzato che io abbia aperto la porta per te? …Mi venne un colpo ! …”.

Dissi: "Hai dovuto aprire la porta, altrimenti chi lo avrebbe fatto?". Gli dissi ciò che pensavo. Non volevo che fosse il servitore ad aprire la porta; questo era il punto. Ma il punto successivo era che egli era il Guru ed è il Guru che deve aprire la porta, la porta che conduce alla luce. Allora egli disse: "Hai apprezzato quando ho aperto la porta?" lo disse ancora ed io gli risposi, "Dopo tutto, sei tu che devi aprire la porta."

 Iniziazione

Nel 1946 ero fisicamente stanco. Ebbi un attacco di itterizia, diarrea, dissenteria, febbre tifoide o paratifo, non ho mai saputo che cosa fosse perché non ho mai consultato un dottore. Non c’erano dottori, non c’erano medicine, non c’era niente. Sapevo che non stavo bene, avevo ancora energia ma fisicamente ero ridotto uno scheletro.

 Avrei invece preferito lavorare a casa mia. Avevo tantissime terre, possedimenti e su di esse molto bestiame, bufali, pony. Maya mi circondava completamente donandomi il meglio di se.

Così scrissi una lettera a un mio amico che si trovava a Lahore, questo accadde prima della Partizione (dal Pakistan avvenuta nel 1947 ndt); rispose che si stava organizzando per trovarmi un posto come sostituto dell’editore nella rivista Tribune. Dopo qualche giorno arrivò la lettera dell’incarico alla quale risposi dicendo “non ho soldi”, egli allora mi inviò quattrocento rupie. Mi sono fatto fare dei vestiti, cappotto, pantaloni, cravatta, tutto. Questo swami pazzerello!

Quando tutto fu pronto, andai da Swamiji e gli dissi: “me ne vado penso di voler tornare indietro”. Egli rispose, non ricordo esattamente cosa, e mi disse: “Okay, l’8 settembre avrà luogo la celebrazione del mio Giubileo di diamante, puoi lavorare qui fino ad allora, dopo di che puoi andare”. Gli risposi: “Okay, altri due mesi”.

Non ho mai saputo che in verità lui stava cercando di circondarmi su tutti i fronti, così rimasi. L’8 settembre era il suo compleanno. Tra il 9 e il 10 i visitatori se ne andarono e l’11 egli mi chiamò e mi disse: “tu verrai qui domani mattina e prenderai il sannyasa”; un fulmine a ciel sereno! Non sapevo cosa dire. Mi disse: “domattina alle sette prenderai il sannyasa ed eliminerai tutti i tuoi attaccamenti, impegni e obblighi verso gli aspetti inferiori della vita”. Gli risposi: “va bene” e di nuovo la mia mente si fermò.

Dimenticai tutto quello che riguardava il Tribune, dimenticai ogni cosa. La mia mente era vuota, non dormii per tutta la notte, ripetei il mio mantra che ai tempi era il Gayatri; mentre aspettavo che arrivasse il mattino ero molto ansioso, fu per me una notte molto lunga.

Mi alzai alle due, alle tre, alle sei; stavo aspettando quando improvvisamente qualcosa nella mia mente cambiò. Alle sette andai da lui ed egli chiamò un barbiere che mi rasò. Ero già rasato ma avevo lasciato un ciuffo di capelli su bindu, una piccola manifestazione del mio ego, quando anche questo ciuffo fu tagliato. Mi diede un piccolo langoti, una piccola fascia di stoffa, un dhoti e portò via il mio janeu, il filo sacro.

Mi disse: “In questa vita, oltre la vita, dopo la vita – ovunque ti trovi, in un bar a bere un ponce, in compagnia di donne o tra prostitute, non rinunciare mai al geru”. Quello era un sankalpa, un ordine che mi diede. “Non importa cosa fai, non mi interessa, il Geru ora è la tua pelle”, quello è il motivo per il quale amo il geru così tanto.

Da solo

Per tre anni, dal 1953 al 1955, egli lasciò che io smettessi di lavorare in ashram e mi dedicassi unicamente allo studio. Durante quel periodo mi concentrai completamente sullo studio degli shastra, giorno e notte – dai Rig Veda fino ai libri dell’età di Gandhi – ogni tipo di religione, in sanscrito, hindi, inglese, qualsiasi cosa. Mi mandò per un anno a Gujarat e Samashtra e mi volle con sè durante il suo tour di tre mesi per l’India, affinchè potessi avere un’idea delle persone.

Nel 1956 non ero in forma. Un giorno Swamiji mi chiamò, in quel periodo egli sentiva che l’ashram non era il posto giusto dove io mi sarei potuto esprimere liberamente, sapeva che avevo una mia filosofia sia nel lavoro che nella vita. Mi disse: “l’ashram per te è troppo piccolo, il tuo destino è importante”. Mi diede centootto rupie, che non ho speso e porto ancora con me nella mia borsa, per me sono molto preziose e le tengo sigillate. Mi disse: “prendi quello che ti piace dall’ashram ma sarebbe meglio che tu andassi con meno cose possibili”.

Mi disse: “Ci sono cose che le persone non conoscono e che noi non insegniamo loro perché non sono ancora pronte. Esse vogliono conoscere solamente qualche asana o qualche tecnica di pranayama. Molte persone sono spaventate dallo yoga e quindi non insegno yoga più di tanto”. Così mi ha insegnato il kriya yoga. Mi ci sono voluti solo cinque minuti perché conoscevo già i kriya del kriya yoga.

Lasciai l’ashram il 19 marzo del 1956, la stessa data in cui ero arrivato. Ho vagato ovunque, in quel periodo ero completamente avverso alle istituzioni – niente ashram, niente discepoli, niente soldi. Ho fatto la vita del mendicante, volevo solo essere libero. Se volevo fumare nessuno doveva dirmi “perché un sadhu fuma?”. Se volevo bere, nessuno doveva dirmi “perché bevi?”, io mi faccio gli affari miei, voi fatevi gli affari vostri.

La società è un organismo ben collegato che le persone devono seguire, indipendentemente dal fatto che sia giusto o sbagliato. Nessuno può dire che tutto quello che la società ha deciso sia giusto; le regole della società si sono costituite in modo automatico. A volte sono state create da persone affette da falsa vanità, per questo ogni tanto si sente la necessità di voler vivere in modo libero. Se voglio chiudere gli occhi per cinque ore, che interesse avrà mia moglie o mia madre per chiedermi: “che cosa ti sta succedendo? Stai impazzendo?”; si, sto impazzendo, se non ti va bene puoi andartene.

Anche oggi ovunque vada non vivo mai con i familiari perché dovrei dire: “si, va tutto bene”. Mi piace vivere in qualsiasi altro luogo, dove posso dormire quando mi piace, posso russare quanto mi piace, posso fare il bagno, posso cantare, posso piangere, posso dormire per terra. Ho vissuto in questo modo per alcuni anni.

Alla fine sono tornato a Munger e quello fu l’inizio di un’epoca, il posto era bellissimo. Il 13 luglio del 1963 ho avuto un risveglio interiore, ricevetti un messaggio, da quel momento tutto ebbe inizio. Vi ho parlato di molte esperienze e potrei andare avanti e avanti…


Sivanandashram,  Munger, 16 ottobre 1982



mercoledì 14 gennaio 2015

Il mio guru, Swami Sivananda

tratto da

http://www.yogamag.net/archives/2011/invdc11/mygu.shtml

Di Swami Satyananda



Swami Sivananda nacque nel distretto di Tirunelveli nel Sud dell’India l’8 settembre 1887. Era un discendente di un filosofo e santo famoso in India, Appaya Dikshitar (1520–1593), un siddha e un bhakta.
Un giorno Appaya Dikshitar andò in visita al tempio di Tirupati Balaji in cerca della visione del divino. A quel tempo, i Vaishnaviti in India non avevano il giusto atteggiamento verso gli Shivaiti. Appaya Dikshitar era appunto uno Shivaita, un devoto di Shiva, e non gli fu concesso di entrare nel tempio di Tirupati Balaji. Grazie ai suoi poteri misteriosi, alla sua bhakti e alla sua estrema devozione, il mattino seguente i pujaris o preti del tempio videro che a fianco di Tirupati Balaji si era materializzato uno shivalingam. Questo episodio portò a un radicale cambiamento nell’atteggiamento dei Vaishnaviti di quel tempo.
Swami Sivananda nacque da questa stirpe di grandi filosofi, santi e bhakta. Nel 1923 lasciò il suo lavoro in Malesia, dove praticava la professione di medico in una piantagione di Johara Bahru, e venne in India. Ricevette la sua iniziazione da Swami Vishwananda, un sannyasin che apparteneva alla tradizione del Sud.
Swami Sivananda si dedicò quindi all’austerità. Praticò una sintesi di karma, bhakti, raja e jnana yoga. Non trascurò alcun tentativo e provò tutti i grandi metodi, scoprendo infine che il bhakti yoga era la migliore strada per l’autorealizzazione. Tramite la ripetizione del mantra, la totale sottomissione al volere divino, la fede incrollabile nell’essere cosmico o ishta devata, è possibile raggiungere il livello di esperienza divina più alto e profondo - nirvana, moksha, samadhi o darshan.
L’incontro con il mio guru

Una routine guadagnata con fatica
Liberazione dall’ego
Nel 1943 andai nel suo ashram, dove c’erano solo alcuni bungalow qua e là, sparsi nella foresta, tra gli scorpioni, i serpenti e le zanzare che ci tormentavano. Ma era un luogo di grande bellezza, sulle rive del Gange, e da lì si vedevano le montagne su cui sorgono i villaggi di Badrinath e Kedarnath, sede di due importanti templi.
Dissi a Swami Sivananda: “Da molti anni pratico la meditazione, dhyana. Sono in grado di dimenticare me stesso, trascendere la mia coscienza individuale, ma non riesco ad avere alcuna esperienza interiore. E’ come se mi addormentassi, tutto qui. Non riesco ad andare oltre perché la mia consapevolezza è  completamente dissolta in shunya, nel vuoto.” Lui rispose solo: “Rimani nell’ashram e pratica il servizio senza aspettarti alcuna ricompensa.” Fui confortato da questa risposta: niente japa, niente meditazione, nulla! Mi diede una tale pace interiore che quel giorno, il 19 marzo 1943, il mio intelletto rimase sospeso. Nell’attimo in cui fui con Swamiji, tutte le mie domande cessarono.
C’è un bellissimo sloka che ripeto sempre. “Sotto l’ombra del fico banyan siedono il vecchio guru e il giovane discepolo. Il guru non dice nulla, rimane in silenzio, ma le domande e i dubbi del discepolo uno a uno vengono risolti.” Questo è quello che mi accadde. Le domande cessarono, l’intelletto si mise a riposo.
A casa mia non avevo mai neanche lavato un fazzoletto; non dovevo pulire la mia stanza e non avevo mai visto neanche una zanzara. Non sapevo come fosse fatta una zanzara e tanto meno come pungesse! Venivo da una famiglia non vegetariana e per tre pasti al giorno, ogni giorno, avevo mangiato cibo non vegetariano. Nell’ashram mangiavo chapati e dhal.
Swami Sivananda era solito restare nel suo bungalow. Veniva nell’ashram soltanto per dare insegnamenti: due ore il mattino, un’ora il pomeriggio e un’ora la sera. Potevamo vederlo solo per quattro ore. Il suo bungalow era chiuso a chiave e c’era solo uno swami a cui era permesso rimanere con lui. Se qualche discepolo aveva del lavoro in quelle ore, si perdeva l’opportunità di vederlo. Se anche ci fosse stato un incendio nell’ashram o avessero sparato a qualcuno, la routine era sempre: due ore, un’ora, un’ora.
Swami Sivananda era per prima cosa una persona che cercava, che aspirava con sincerità. Non parlava molto di se stesso. Venne e si stabilì sulla riva destra del Gange. Alcuni giovani vivevano con lui e divennero sannyasin. Uno di loro era Swami Paramananda, che negli Stati Uniti aveva guidato il Great Raymond Circus. Arrivato in ashram, fondò nuovamente un circo. Preparò i programmi e le strutture, registrò l’impresa, si preparò a pagare le tasse e così via. Un giorno Swamiji gli chiese: “Ehi, che stai facendo?” Lui rispose: “Swamiji, stiamo servendo te e facendo questo e quest’altro.” Swamiji pensò: “OK, lasciamoglielo fare.” Ma a un certo punto divenne troppo.
Ogni giorno qualche swami gli diceva: “Swamiji, oggi c’è un ospite e devi dargli udienza.” Lui rispondeva: “Non do udienza a nessuno.” Gli dicevano: “No, no, no, è venuto da Delhi, viene dall’I.C.S.” E lui rispondeva: "I.C.S. o I.P.C. (università indiane ndt) per me sono tutti gelatai e sbucciapatate.” Tuttavia, gli swami erano così insistenti che di solito cedeva.
Un giorno, Swami Sivananda fece i bagagli e lasciò l’ashram. Non aveva denaro. Prese solo il suo dhoti, la Bhagavad Gita e il Ramayana e se ne andò. A piedi raggiunse Rishikesh, che distava due miglia, poi Haridwar, altre quindici miglia, poi Jaipur, ancora sei miglia, e passò la notte nella stalla di un contadino del Punjab. La mattina, quando il contadino venne a mungere le mucche, vide questo luminoso swami.
Swamiji era molto alto, con le lunghe braccia che arrivavano oltre le ginocchia. Aveva piedi grandi e una grande testa. Il contadino si prostrò di fronte a lui e gli portò roti, latte e ghee; poi volle sapere chi fosse. Swami Sivananda non rivelò la sua identità. Disse solo: “Sono un sadhu, sto andando in pellegrinaggio, tirtha yatra. Vengo da Haridwar.”
Ma per Swami Sivananda era difficile mentire. Dopo un po’ gli disse: “No, vengo da Rishikesh.” Era come quando un bambino dice al telefono: “Mio papà dice che non è in casa.” Era fatto così: se diceva una bugia, lo si capiva subito. Se noi siamo in grado di dire bugie senza che vengano scoperte, è perché siamo acuti. Questa è la ragione per cui soffriamo: siamo così complicati. Swami Sivananda disse allora: “Vengo da Rishikesh e lì c’è il mio ashram.”
Il contadino mandò suo figlio a informare gli swami. Vennero tutti e si prostrarono toccandogli i piedi, pregandolo di tornare. Lui rispose: “Promettetemi una cosa. Non disturbatemi tranne che nelle ore che vi dedico, e durante queste ore se vi dico di stare tranquilli non disturbatemi.”
Tornò all’ashram e furono definite queste regole: per due ore faceva lezione agli allievi, mantra diksha e sannyasa. Per un’ora la sera veniva a firmare i libri. Per un’ora, ancora la sera, veniva per i kirtan. Per tutta la vita, fino a quando morì, non mancò mai all’ora di kirtan. La chiamava satsang. A volte per i kirtan gli swami dell’ashram non si presentavano: a volte ne venivano quattro, a volte due o tre, qualche volta uno solo. Ricordo che una volta c’eravamo solo io e lui, ma lui c’era sempre.
In queste quattro ore manteneva la massima regolarità. Nessuno poteva andare al suo bungalow a dirgli alcunché. Se mai qualcuno gli diceva che questo o quest’altro swami era cattivo, e questo o quest’altro buono, lui rispondeva: “Sii al di sopra di raga e dwesha, al di sopra della gelosia e dell’odio e dell’amore. Sii semplicemente calmo e tranquillo.”
Swamiji aveva qualità di valore, tipiche di un grande uomo, di un uomo buono. Per quanto riguarda il suo comportamento nei confronti delle persone, era altruista, onesto e amorevole, caritatevole e compassionevole. Non avrebbe mai offeso nessuno. Mai in dodici anni l’ho sentito dire:” No!” Era sempre calmo, pacifico, amorevole e dolce; mai sarcastico, mai guidato solo dall’intelletto.
Rispettava i suoi discepoli, come voi rispettate me o come rispettate Rama o Krishna. Non aveva l’abitudine di chiamarmi solo Satyananda, no! Mi chiamava sempre Swami Satyananda Maharaj, Namo Narayan.
Salutava sempre tutti e una volta all’anno invitava gli spazzini e gli emarginati della società ad andare all’ashram per lavare loro i piedi. Sapete quanto è difficile per un Hindu ignorante, che vive nell’illusione, lavare i piedi di uno spazzino? Ma Swamiji lavava i loro piedi e faceva lavare i loro piedi anche agli altri swami. Donava loro chador (veli), dhoti (abiti Hindu), coperte, halva (dolci fatti di semola) e puri (pane) e inchinandosi a loro in namaskara.
Una persona deve rinunciare per prima cosa al proprio ego; solo così potrà raggiungere la “realizzazione dell’essere”. La meditazione è una cosa giusta, Bhakti (l’aspetto devozionale della fede) è una cosa giusta, ogni cosa è in sé giusta. Ma quale è il corretto atteggiamento da tenere? Una persona può portare dei bei fiori nella propria stanza, può arredarla con dei bei mobili, ma non ha poi la vista giusta per guardarla. Qual è allora il senso di portare gli oggetti più belli nella propria casa, se prima non si migliora la qualità della propria vista? E quindi come si può realizzare il senso più elevato dell’essere attraverso Bhakti o altri tipi di yoga se prima non si elimina l’ego?
Per eliminare l’ego, si deve rinunciare a pensare solo a sé stessi, al proprio orgoglio, al proprio egoismo (abhimana). “Io sono un grande Swami”, “Io sono un santo”, “Io sono il figlio o il nipote della sorella del cognato del Primo Ministro”: questo è Abhimana (orgoglio, egoismo). Ci sono differenti forme di abhimana. Anche un debosciato, un ubriacone, un giocatore può manifestare abhimana. Abhimana è il centro della personalità, da cui scaturiscono le proprie azioni. Abhimana deve essere eliminato, se si vuole sperimentare la natura infinita dell’essere. Per questo motivo Swami Sivananda ha portato tutti i suoi discepoli a fare Karma Yoga e li ha guidati nel corso del tempo.
Segue….




domenica 7 dicembre 2014

Dinamiche di gruppo e yoga

 di Swami Satyananda Saraswati
da Yogamag giugno 2011

Dopo aver fondato la Bihar School of Yoga a Munger, mi sono dedicato agli esperimenti scientifici condotti in tutto il mondo riguardo agli effetti dello yoga sulla personalità umana. Nei paesi occidentali, i problemi di molte generazioni hanno portato ad un interesse diffuso circa una disciplina di cui avevano sentito parlare ma della quale poco sapevano. Dottori e scienziati hanno iniziato a condurre esperimenti per accertare gli effetti dello yoga sulla mente, sul corpo, sul comportamento umano e sugli stati psicologici.
Abbiamo raccolto materiale sufficiente per dimostrare che lo yoga non è confinato all’evoluzione spirituale ed individuale personale. Lo yoga è qualcosa che contribuisce allo sviluppo di un’atmosfera mentale universale. Abbiamo sempre pensato che un individuo è un’unità separata e che la mente è una branca del cervello. Il cervello pensa e non c’è altro oltre la materia. In realtà, lo yoga sa che la mente non è solo materia e che la mente individuale fa parte di una mente universale ed omogenea. Così come la luce che vediamo qua davanti a noi fa parte di un complesso più grande connesso direttamente o indirettamente con luci provenienti da altre parti, così la mente umana fa parte di un insieme. E dal momento che facciamo parte di questo insieme abbiamo la capacità di influenzarlo anche se abbiamo la tendenza ad isolare la nostra consapevolezza e a interpretare in modo sbagliato le nostre menti e la nostra personalità fino al punto che soffriamo a causa della senso di separazione che questo comporta.

Oltre l’isolamento
Dove c’è isolamento e separazione non può esserci un team, una collettività, un insieme. Questo è il problema di molti paesi occidentali. La civilizzazione sta attraversando un periodo di grandi cambiamenti. La natura dell’individuo, lo status culturale e comportamentale si forma quando un gruppo di persone diverse si riunisce per adempiere ad un compito. Gli esperimenti scientifici fatti sullo yoga hanno provato che l’uomo può trascendere i limiti della propria individualità e della mente individuale per dirigere la mente verso l’omogeneità e l’universalità.
La mente non è un’espressione del cervello. La mente può esistere senza il cervello che è solo materia fisica. Nello yoga, la mente è conosciuta come chitta. Chitta non è il solo pensare, sentire o pianificare ma è l’omogeneità della consapevolezza individuale. Chitta si può espandere oltre i limiti del corpo fisico. Gli esperimenti alla camera Kirlian hanno provato che un individuo può espandere la propria consapevolezza e le capacità della propria mente. Quando la mente si individualizza, a quel punto diventa egocentrica, quando si libera dell’ego allora diventa universale e omogenea.

La concentrazione e la meditazione
A tale riguardo, i poteri della mente possono essere espansi attraverso le pratiche di concentrazione e meditazione. Dal punto di vista scientifico, queste pratiche influenzano le onde cerebrali che subiscono trasformazioni diverse a seconda del livello raggiunto. All’Università di Barcellona, dottori, psicologi e neurofisiologi hanno osservato che durante la pratica del mantra, le onde cerebrali si sono trasformate in onde alpha. Quando il cervello subisce tali trasformazioni fisiche, avvengono cambiamenti anche a livello di carattere e di modalità reattive. In questo modo, società, istituzioni e vari gruppi di individui vengono naturalmente influenzati da questi nuovi modi comportamentali. Le pratiche di concentrazione espandono le capacità mentali e la mente diventa capace di connettersi con più individui diversi. La mente diventa capace di indurre un pensiero nelle menti altrui in uno stesso momento. Una mente più forte e focalizzata può indurre gruppi di gente a pensare ed agire in una sola direzione. E’ così che le istituzioni, i monasteri, gli ashram hanno un loro valore e ruolo in tutto il mondo. Migliaia di persone possono essere indotte verso un unico concetto omogeneo, un unico contatto universale.
In relazione a questo, ci sono due definizioni precise di yoga. Lo yoga è efficienza delle proprie azioni e dei propri doveri. Lo yoga è equilibrio mentale mentre si conducono i propri compiti. Di conseguenza, se parliamo di yoga, stiamo parlando di una scienza che non riguarda solo il corpo fisico e la vitalità ma anche un grande potenziale nella struttura fisiologica.

Il bisogno di trasformazione
Nel passato, i sannyasa e gli yogi, dopo aver lasciato casa, andavano sulle montagne dell’Himalaya per praticare yoga ed espandere la propria consapevolezza. In seguito, con questa capacità sviluppata, ritornavano in società per proporsi come guide. In India, abbiamo bisogno di yoga più oggi che ieri perché abbiamo la possibilità di dimostrare al mondo che la vita quotidiana può andare di pari passo con lo sviluppo di una vita interiore.
Le nazioni occidentali stanno cercando di far combaciare le esigenze del quotidiano con l’individualità e ricorrono alla psicologia, all’agopuntura e al buddismo Zen. La conclusione alla quale sono arrivate è che se non avviene una trasformazione a livello mentale, non è possibile raggiungere nulla a livello personale e di vita sociale. Possiamo continuare a parlare di persone che si uniscono per raggiungere un obiettivo comune, che adottano atteggiamenti comuni, che si danno dei risultati da raggiungere ma siamo sicuri che non sia solo uno slogan?
Il vero spirito non può manifestarsi senza un’espansione di coscienza. Una madre non può far fronte alle sofferenze del proprio figlio se la propria consapevolezza non si espande in modo tale da potersi unire a quella del figlio stesso. Se non c’è unione, due persone che si innamorano, non potranno mai condividere felicità e dolore. Questo tipo di unione non è intellettuale o una cosa ipotetica ma una vera e propria fusione di due, tre, centinaia di temperamenti.

Lavorare insieme
Migliaia di persone si riuniscono per collaborare in un’istituzione, un’azienda o nella società stessa. Molti lo fanno perché necessitano di un’identità, altri per prendere consapevolezza di un ruolo ed è possibile quindi permettere loro di espandere la propria coscienza al punto di superare le barriere mentali e fisiche. E’ l’unione spirituale che va oltre l’importanza di quello che il gruppo vuole raggiungere.

Secondo me, un’organizzazione non è niente altro che una fusione totale di questa possibilità spirituale. Lo yoga significa unione. Se migliaia di persone nel mondo potessero essere influenzate da un solo pensiero, da una sola filosofia, avremmo una società diversa e questo è quello che continuo a pensare dal 1956 da quando ho realizzato che lo yoga è un modo di vivere molto potente che può influenzare gli eventi di tutto il mondo. Non parlo ovviamente di materie politiche ma di un’unica forma di consapevolezza individuale e sociale. Per fare tutto questo è però necessario uno sviluppo dal punto di vista spirituale ed emozionale. 


giovedì 27 novembre 2014

INTERVISTA A SWAMI NIRANJANANDA***seconda parte***

Questa è la traduzione dall’inglese dell’intervista che Swami Niranjanananda Saraswati (SWAN) ha rilasciato al corrispondente della NDTV Manish Kumar (NDTV)in occasione di un incontro a proposito dell’ iniziativa globale lanciata dal Primo Ministro indiano Narendra Modi per stabilire una Giornata mondiale dello Yoga e del fatto che ha appena battezzato un nuovo ministero dedicato interamente allo Yoga e alle terapie alternative.
L’intervista è visibile a questo link dal minuto 32 in poi
http://www.ndtv.com/video/player/prime-time/prime-time-has-haryana-govt-surrendered-before-hisar-godman/345235?curl=1416263984

NDTV: Avete un corso che si chiama Sannyasa training e che dura tre anni. Si crede che il Sannyasa sia una fase della vita in cui ci si liberi della vita normale e in cui si possa vivere liberamente e in solitudine. Quindi, qual è il senso di un corso simile?
SWAN: Il concetto di Sannyasa ha due aspetti. Uno si chiama Virakti (distacco dagli attaccamenti sensoriali), l’altro è relativo all’ottenimento della consapevolezza spirituale. Ora, nell’ashram ci sono solo 6-7 Sannyasa Virakti, quelli che hanno sposato il diksha tradizionale e che seguono i precetti della tradizione Sannyasa. Gli altri, quelli che vengono qua per il corso, vengono per imparare quegli aspetti che focalizzano il modo di come raggiungere una consapevolezza spirituale nella propria vita. A loro, vengono insegnati diversi aspetti dello yoga come asana, pranayama, i kriya e vengono esposti a diversi aspetti spirituali in modo che possano poi collegare la spiritualità con le loro vite quotidiane nel mondo fuori dall’ashram.
NDTV: Così, dopo aver frequentato il corso Sannyasa, si può ritornare a lavorare in ufficio?
SWAN: Certo.
NDTV: E anche a vivere con le proprie famiglie?
SWAN: Si. Il training riguarda proprio il fatto di vivere la propria vita nomale pur essendo un Sannyasa. Una volta che si impara questo si ritorna a vivere nel proprio ambiente, con la propria famiglia, al proprio lavoro pur potendo vivere una vita da Sadhu (aspirante spirituale).
NDTV: Ma per un uomo normale, chi può decidere quale tipo di Yoga è adatto e dove dovrebbe andare? Questo crea un po’ di confusione, quale Yoga seguire, quale insegnante seguire. Non pensa che tutto questo dovrebbe essere semplificato?
SWAN: Si, certamente. Ed è per questo motivo che abbiamo fondato e che gestiamo gli Yoga Mitra Mandala in diverse città dove i discepoli istruiti di quella zona possano fare comunità ed insegnare yoga agli aspiranti locali. E nel nostro paese, c’è ancora mancanza di centri yoga ed insegnanti ma, nonostante la necessità, noi non offriamo corsi intensivi di una settimana per certificare l’insegnamento. Il nostro training minimo è di un mese dove gli aspiranti hanno la possibilità di capire le basi dello Yoga per poi diffonderle all’interno delle loro famiglie o nei villaggi di provenienza. Poi abbiamo un corso di quattro mesi che certifica professionalmente il ruolo di istruttore yoga. Gli altri corsi che gradualmente si possono fare sono poi di un anno, due anni e tre anni.
NDTV: Ma per esempio, per me, relativamente ai miei problemi specifici, cos’è più benefico fra le tante offerte? BSY, Iyengar o chi?
SWAN: Non lo può dire nessuno. Ognuno ha inclinazioni e bisogni differenti. Noi non siamo in grado di trattare tanti argomenti che invece Iyengar fa in quanto il programma di asana è diverso. E, viceversa, loro non possono trattare altri argomenti che noi copriamo e così i loro studenti vengono qua. Come dire, ad ognuno il suo specifico.
NDTV: Yoga come terapia. Mi dica qualcosa circa gli aspetti curativi dello Yoga. E’ questo un primo rimedio, una forma di medicina alternativa o un ricorso post diagnosi? Cos’è? Molti insegnanti sostengono di avere cure adeguate per tutto tramite lo yoga, anche per il cancro. E’ qualcosa in più o è proprio un modo per curarsi?
SWAN: Non è una cura. Proprio perché ha menzionato il cancro, le fornisco un esempio. Nel 1977-78 abbiamo condotto un esperimento sul cancro insegnando ad alcuni malati delle pratiche di asana, pranayama, rilassamento e concentrazione. Le asana permisero di migliorare la circolazione sanguigna nel corpo, il pranayama di incrementare i livelli di energia, le tecniche di rilassamento di liberarsi dalle tensioni mentali e con dhyana (la concentrazione) ci fu un incremento della propria creatività che permise maggiore autosuggestione (sankalpa). Questi pazienti, ai quali prognosticarono una durata di vita al massimo di un anno, sono riusciti a durare 20-25 anni praticando rigorosamente e quotidianamente. Nonostante ciò, non possiamo dire che riusciamo a curare il cancro. Il nostro guru ha sempre detto che se si pratica con il 100% di attenzione seguendo le regole dello Yoga, ci si libera dai mali incurabili perché si riesce a bilanciare il rapporto fra le energie e i loro disequilibri.
NDTV: Mi rimane però ancora il dubbio. Se uno si ammala, lo Yoga è una soluzione alternativa, complementare o post-operatoria?
SWAN: Direi complementare. Lo dico per esperienza perché va di pari passo con la diagnosi allopatica, la pratica dello yoga e la dieta ayurvedica. Insieme sono molto potenti. La disciplina nel mangiare secondo l’Ayurveda, la disciplina dello yoga e la diagnosi in accordo con l’allopatia sono funzionali.
NDTV: Quello che sentiamo dire è che Ramdev Baba possiede cure ayurvediche e che fanno ricerca nelle erbe medicinali che dovrebbero essere in grado di curare i malanni. Pensa che quest’area che riguarda lo Yoga sia un po’ oscura, un po’ grigia?
SWAN: Si, non ho una buona conoscenza delle medicine e delle cure ma credo fermamente che facendo yoga possiamo ottenere una buona salute; la cosa è che vedendo altri che somministrano vari tipi di medicine, beh la nostra mente fa difficoltà ad accettarlo.
NDTV: Pensa che relativamente alla nostra nazione, in questo periodo siamo riusciti a soddisfare il bisogno di insegnanti? E se si, chi è che li forma? Abbiamo una popolazione di 1,2 bilioni di gente e sicuramente, gli insegnanti non possono tutti arrivare da un’unica fonte d’istruzione. Quale dovrebbe essere il ruolo del governo?
SWAN: Il governo indiano ha scelto quattro istituzioni in India e lo ha pubblicato sul gazzettino ufficiale. Per il Nord, ha scelto lo Sivananda Ashram, per l’est la Bihar School of Yoga, per il sud Vivekananda Kendra e per l’ovest il Kaivalya Dham Lonavala. Queste sono le quattro istituzioni riconosciute dal governo come centri di ricerca e formazione. Oltre a questo, però, nel nostro paese, ci sono tante piccole istituzioni e ashram dove si impartisce l’insegnamento dello Yoga e tutti stanno cercando di renderlo attraente, talvolta vestendolo con abiti nuovi ma lo yoga è uno stile di vita semplice e questo è il motivo per cui sono state scelte solo quattro istituzioni.
NDTV: Ma perché la BSY è così “chiusa”? Si dice che ci sia rigidità e che sia un gruppo chiuso rispetto alle altre istituzioni nonostante sia uno dei più antichi.
SWAN: Dall’inizio la BSY è stata guidata da sannyasa. Non ci sono gestori di secondo, terzo, quarto grado, non ci sono impiegati. Dal lavare i pavimenti a condurre una classe, dal cucinare a fare i conti amministrativi, i gestori sono tutti sannyasa. Questa tradizione è stata stabilita dal nostro guru che non voleva impiegati nell’ashram ma solo sannyasa interessati al seva gratuito. Ora, dal momento che qui, in pianta stabile ci sono 15-20 sannyasa che devono fare tutto, abbiamo una capacità ricettiva e di interazione limitata ma se un giorno aumenteremo questa capacità, allora allargheremo il numero di chi può venire qua. Per esempio, l’anno scorso, abbiamo ospitato la World Yoga Convention in ottobre e fino a marzo il numero di persone che veniva qua è stato ingestibile così da aprile in poi abbiamo chiuso le porte per un anno in modo da riuscire a concentrarci su cosa fare per il ruolo dello Yoga nei prossimi 50 anni.  Tutto questo senza trascurare i corsi in essere.
NDTV: Conducete anche una ricerca medica? Che cos’è questo tipo di ricerca? Quali sono le scoperte? Qual è il grado di validità?
SWAN: Nell’ashram non conduciamo ricerche mediche. Quando lo facciamo, è in collaborazione con altri istituti, dottori, ospedali. Per esempio con l’ospedale BHEL di Bhopal stiamo portando avanti una ricerca sull’alta pressione e sul diabete. Con l’Apoorva  Medical College di Sambhalpur una ricerca solamente concentrata sul diabete mentre con il Raipul Medical College una sull’asma e con il KEM hospital di Mumbai stiamo lavorando insieme sull’ipertensione. Le nostre ricerche si avvalgono della collaborazione di altri. Ora stiamo facendo degli sforzi in modo da collaborare con L’Apollo Hospital di Hyderabad che è molto noto per la ricerca sul cancro e lì, in effetti, ci interesserebbe trattare l’argomento yoga e cancro.
NDTV: E quali sono i risultati di queste ricerche? Quali sono i contributi apportati dallo yoga? Quali le scoperte?
SWAN: Le scoperte sono buone. Molte delle medicine che vengono assunte non sembrano siano così necessarie, la resistenza corporea aumenta e insieme, comunque, alle medicine, ci sono dei miglioramenti in tutti i campi. Quindi siamo molto incoraggiati da questi risultati che verranno pubblicati sulle nostre pubblicazioni ufficiali.
NDTV: Ho una domanda molto basilare da fare. Dal momento che ora il Primo Ministro sta enfatizzando così tanto lo Yoga, e voi vi dedicate 24 ore al giorno 7 giorni su 7, quali sono i prossimi sviluppi nel campo? Qual è la sua opinione a proposito di questo sviluppo? Qual è l’attuale stato della mappatura dello Yoga? Cosa dovrebbe fare secondo lei il ministro?
SWAN: Secondo me, per lo Yoga in India, dovrebbe esserci un centro di ricerca nazionale. Lo abbiamo già suggerito nel passato. Si può fare riferimento al Morariji Desai National Institute of Yoga di Delhi che potrebbe diventare proprio quel centro di ricerca nazionale dove far confluire tutto il lavoro che si fa con lo yoga in questo paese, dove lo si dovrebbe catalogare e raccogliere, dove le istituzioni che hanno a che fare con lo Yoga dovrebbero essere tutte presenti e tutte le tradizioni serie insegnate. Avremmo in questo modo un unico centro dove potrebbero essere presenti tutte le scuole, tutte le tradizioni, tutta la letteratura, tutte le tecniche e tutti i punti di vista sullo Yoga. Inoltre, dovremmo assicurare un minimo di qualificazione nazionale per lo Yoga come esiste per la medicina tradizionale e anche dividere lo Yoga in due grandi linee: una che riguarda lo yoga come necessario e benefico per la società, per la salute mentale e fisica insomma una parte oggettiva e una relativa allo sviluppo delle qualità/potenzialità personali. La persona che vuole insegnare yoga dovrebbe formarsi nelle quattro istituzioni indicate e scelte dal Governo e contemporaneamente riconoscere che forme più alte di yoga (Kriya, Kundalini, Nada, Mantra Yoga) sono l’evoluzione in quanto Yoga non è e non può essere solo asana e pranayama. Lo Yoga è una scienza dalle molte facce.
NDTV: Grazie Swamiji.
NDTV: Questo era Swami Niranjanananda che ci ha appena detto che nel mondo, il movimento dello Yoga è arrivato ad un punto decisivo e che il futuro è luminoso, almeno per lo Yoga.




sabato 22 novembre 2014

INTERVISTA A SWAMI NIRANJANANDA***prima parte***

Questa è la traduzione dall’inglese dell’intervista che Swami Niranjanananda Saraswati (SWAN) ha rilasciato al corrispondente della NDTV Manish Kumar (NDTV)in occasione di un incontro a proposito dell’ iniziativa globale lanciata dal Primo Ministro indiano Narendra Modi per stabilire una Giornata mondiale dello Yoga e del fatto che ha appena battezzato un nuovo ministero dedicato interamente allo Yoga e alle terapie alternative.
L’intervista è visibile a questo link dal minuto 32 in poi
http://www.ndtv.com/video/player/prime-time/prime-time-has-haryana-govt-surrendered-before-hisar-godman/345235?curl=1416263984

NDTV: In questo periodo c’è molto interesse attorno all’argomento dello Yoga soprattutto da quando il Primo Ministro ha proposto alle Nazioni Unite una giornata  mondiale da dedicare allo Yoga e si è espresso a favore di questa disciplina per risolvere problemi come quello del surriscaldamento globale. 140 nazioni hanno risposto in maniera favorevole ma per capire veramente lo Yoga è necessario andare a Munger (Bihar). Swami Niranjanananda è probabilmente il più grande esponente dello Yoga dei nostri giorni.
Swami, ancora una volta c’è molta attenzione nei confronti dello Yoga.
SWAN: Si
NDTV: Come si rapporta a questo? Gente come lei, per molti anni, ha impreziosito questo movimento. Si sarebbe mai aspettato una Giornata mondiale dedicata allo Yoga? E come la interpreta?
SWAN: Stavamo aspettando proprio questo. Negli ultimi 50 anni abbiamo lavorato per istruire più gente possibile su questa disciplina. Sapevamo quindi che sarebbe arrivato il giorno in cui ci sarebbe stato un riconoscimento mondiale e il modo in cui sta avvenendo, anche per il fatto che il Primo Ministro si è esposto, è molto positivo, è il primo passo e noi lo supporteremo in ogni modo.
NDTV: Ma relativamente alla Giornata mondiale da dedicare allo Yoga, non esisteva già un concetto del genere?
SWAN: No non c’è mai stato anche se negli ultimi 3-4 anni, negli Stati Uniti, a gennaio, si pratica yoga pubblicamente nelle strade proprio per celebrare lo Yoga. Quindi, diciamo che questa tradizione arriva da lì e ora, il Primo Ministro indiano l’ha articolata e noi siamo felici che si possa dedicare una giornata intera allo Yoga cosi la gente potrà sensibilizzarsi sulla consapevolezza di se stessi, dell’ambiente in modo da rinvigorire la forza vitale e raggiungere l’eccellenza in questo.
NDTV: Ma, secondo lei, questa giornata mondiale, quando dovrebbe essere celebrata?
SWAN: Non esiste una vera e propria mappa per poter stabilire questo ma negli ultimi anni, dal 2007, noi abbiamo dedicato il 25 dicembre allo Yoga e lo abbiamo fatto celebrandolo come Yoga Poornima perché quella è la data di nascita del nostro guru Swami Satyananda ed è anche un giorno di luna piena (Poornima). In questo modo, festeggiamo la sua nascita attraverso lo Yoga Poornima. E, al momento attuale, se qualcuno volesse individuare uno scenario contemporaneo relativo al messaggio dello Yoga, uno dei nomi più importanti è proprio quello del nostro guru Swami Satyananda.
NDTV: Però c’è anche molta confusione in questo campo. Non conosciamo nulla dello Yoga: è un’arte, una scienza, una religione;  cos’è?
SWAN: Lo Yoga è un modo di vivere. Anche se molti lo confondono con una religione, o una cultura generalmente associata all’induismo, chi lo conosce veramente sa e accetta lo Yoga come una cultura virtuosa che può far raggiungere l’eccellenza in ogni azione, fatto, attività che riguarda la vita in generale. Nel passato, i Sadhu praticavano Yoga e la società di massa lo considerava un mezzo per raggiungere Moksha, la realizzazione di se stessi mentre il nostro Paramguru Swami Sivananda affermò che il fine dello Yoga dovrebbe essere quello di rivelare/sviluppare le qualità latenti dell’essere umano. E quando queste facoltà creative sono state risvegliate/sviluppate, la pace mentale, la stabilità e moksha non sono molto lontane ed è proprio in questo contesto che noi riconosciamo lo Yoga come una “scienza di vita” (Jiwan Vidya) attraverso la quale ottenere salute fisica e pace mentale.
NDTV: Ma chi è che pratica Yoga? Sono gli hindu, i musulmani? I cristiani? Lo chiedo perché se analizzo i concetti dello Yoga, soprattutto nel contesto dell’Islam, risulta difficile riscontrare gli stessi principi. Quando si propone il saluto al sole (Surya Namaskar) si trovano delle resistenze. Quindi, qual è l’aspetto religioso dello Yoga?
SWAN: Non c’è religione nello Yoga. Nel 1971 abbiamo fatto delle ricerche riguardo alle diverse civiltà occidentali, in Sudamerica, nei paesi nordici, e abbiamo trovato l’evidenza della presenza dello Yoga in alcuni disegni, statue, nella letteratura storica e in alcune forme di Yantra e da qui siamo arrivati alla conclusione che lo Yoga era, una volta, una grande cultura universale che, per qualche motivo, guerre, rivoluzioni, calamità naturali, in alcune zone è andata svanendo a differenza invece di quanto è successo in India.
NDTV: Ma chi è il Guru dello Yoga? Swami Sivananda? Swami Satyananda? Patanjali?
SWAN: Storicamente, si può dividere lo Yoga in tre parti. La prima è la fase antica dove il progenitore dello Yoga è considerato il Signore Siva insieme al Signore Dattatreya e al Guru Goraknath, Matsyendranath, ecc. Poi c’è la fase medievale dove prominenti sono i nomi di Patanjali, Gheranda, Swatmarama, dei quali seguiamo ancora oggi gli insegnamenti. Nel contesto moderno, nella sfera dello Yoga, gli esponenti più significativi sono stati Swami Sivananda, Swami Satyananda, Paramhansa Yogananda e Swami Vivekananda ed è attraverso loro che questa scienza si è aperta verso tutto il mondo.
NDTV: Ma perché poi lo Yoga non raggiunge realmente le masse? Per esempio, anche se si viene a Munger, le porte dell’ashram sono chiuse. Quindi, perché non c’è stata questa apertura generale totale nei confronti di qualsiasi uomo comune?
SWAN: In realtà lo Yoga si è diffuso fra gli uomini comuni. Nell’ashram non abbiamo molte possibilità per accogliere gruppi numerosi e se i reporter ci popolarizzassero con interviste e articoli, noi non riusciremmo ad accogliere e contenere il gran numero di persone che verrebbe qui. Nonostante questo, abbiamo programmi specifici; nell’ashram ci sono sempre dei corsi e allo stesso tempo, andiamo nei diversi villaggi, le aree rurali, le città e questo lo fanno anche i nostri insegnanti sparsi in tutto il mondo.
NDTV: In questo momento, ci troviamo davanti alle porte dell’ashram di Munger. Ci parla della storia di questa costruzione? Com’è che è iniziato questo movimento?
SWAN: All’inizio, nel 1975, quando siamo arrivati, qui c’erano solo rovine e con il permesso del Governo, abbiamo costruito l’ashram e dietro tutto questo c’era la visione del nostro guru Satyananda, quella di rendere lo Yoga utile nella vita quotidiana moderna. E’ così che abbiamo iniziato a fornire ospitalità a chiunque volesse praticare Yoga in un luogo pacifico e dedicato.
NDTV: Ma perché Swami Satyananda scelse proprio Munger? Munger era conosciuto solo per tre cose: la fabbrica di sigarette (ITC), la fabbrica delle armi e poi solo dopo è arrivato lo Yoga. Perché Munger?
SWAN: Nella tradizione dei Sannyasa, esiste un precetto, quello che richiede ai Sannyasa di rimanere nel posto di appartenenza, dove il loro Guru ha lasciato il corpo fisico. Swami Satyananda si trovava a Munger quando il suo guru Paramguru Swami Sivananda andò in Samadhi secondo la tradizione dei Sannyasa. Ha dovuto quindi stabilirsi a Munger.
NDTV: E’ stato difficile? Quest’area non ha certo una buona fama, quali resistenze ha incontrato? Non penso sia stato facile tirare su un’istituzione di questo genere.
SWAN: Il nostro guru ha sempre detto che la gente del Bihar è Hanuman dormiente. L’unica cosa richiesta è quella di dire loro che esistono determinate possibilità insite in loro stessi quindi l’unica possibilità è quella del Jambavanta, l’orso mitico che rivelò all’Hanuman delle sue straordinarie capacità e così lo risvegliò. Certo, all’inizio Swamiji non era conosciuto e quindi non veniva capito ma poi la consapevolezza e le interazioni diventarono sempre più grandi, iniziarono i diversi programmi dell’ashram e con i corsi di Yoga  iniziò a crescere il numero di persone che lo supportarono. Da qui, capiamo che la sua affermazione sulla gente del Bihar era proprio fondata, che erano Hanuman in attesa del risveglio.
(NDT: Hanuman – divinità del pantheon hindu, devoto di Rama; uno dei personaggi principali del poema epico Ramayana presente anche in altri poemi come il Mahabharata)
NDTV: Ma, ancora oggi, nel Bihar, lo Yoga non è così diffuso. Perché? La gente del Bihar non è poi così interessata o voi non avete le risorse per poter diffondere lo Yoga?
SWAN: No, la gente del Bihar è molto interessata a capire, studiare e adottare lo Yoga ma noi abbiamo le mani legate a causa della mancanza di insegnanti anche perché molti di quelli che prepariamo vengono poi richiesti e arruolati da altri istituti e centri di yoga. Noi ci mettiamo tutto l’impegno possibile e continueremo a farlo.
NDTV: Perché le credenziali (il grado) del Bihar Yoga sono considerate così difficili?
SWAN: Sono considerate difficili perché gli aspiranti yogi, qui, devono adottare una vera disciplina yogica. Non siamo dell’idea di fornire una sola ora di yoga al giorno qui in ashram per poi far sì che gli aspiranti tornino alle loro case e riprendano a fare le solite cose, bere, fumare, ecc. Quando si è qui, dalla mattina alla sera, c’è una routine, una disciplina che bisogna rispettare, vivere e bisogna familiarizzare ed accettare il contesto ed è solo così che possono arrivare i benefici.
NDTV: Oggi, però, ci sono diverse scuole di yoga come, per esempio, quella di Swami Ramdev che è molto popolare ed è sempre in TV, poi c’è la scuola di Iyengar e poi ci siete anche voi, BSY. Quali sono le differenze e le similitudini fra queste tre?
SWAN: Ci sarà sempre una differenza nell’approccio. Sri Iyengar insegna principalmente Hatha Yoga così come Sri Ramdev anche se da anche spazio al pranayama. Noi della BSY non insegniamo solo un ramo dello yoga, preferiamo insegnare gli elementi chiave (yoga olistico) dello Yoga perché crediamo che la connessione fra Yoga e individuo sia in relazione con l’individuo e che lo Yoga possa risvegliare, sviluppare le facoltà della personalità individuale. E’ così che i programmi di yoga, da noi, includono asana, pranayama, hatha yoga, raja yoga, karma yoga, gyana yoga, bhakti yoga e kriya yoga, tutti integrati. E’ solo in questo modo che possiamo sviluppare ogni aspetto della nostra personalità.
NDTV: Cosa sono tutti questi percorsi? In generale, si crede che lo yoga sia una combinazione di asana e pranayama.
SWAN: (hmmm…si).
NDTV: Quanto c’è di giusto e sbagliato in questo?
SWAN: Ci sono diversi aspetti come Pratyahara, Dharana, Dhyana, Kundalini, i Chakra, il Kriya yoga.
NDTV: Che cosa sono? Cos’è il Raja yoga, l’Hatha yoga?

SWAN: Vede, l’inizio della strada dello yoga avviene sempre con l’Hatha yoga, attraverso asana e pranayama rendiamo il nostro corpo forte e in salute. Dopo che abbiamo reso questo possibile, progrediamo con il Raja yoga con il quale si imparano le tecniche di gestione della mente, dello stress, delle ansie e delle tensioni. Una volta che controlliamo le oscillazioni della mente possiamo ottenere pace ed equilibrio e quindi dedicarci al Kriya yoga. Con questo yoga, trasformiamo le nostre energie (esterne/di base) discendenti in ascendenti e risvegliamo l’energia latente del corpo, è quello che la gente chiama kundalini. Swami Satyananda ha reso sistematico e ha predicato questo tipo di progressione yogica. Si inizia con l’Hatha yoga e si va avanti con il Raja yoga e il Kriya yoga. Questo è quello che insegniamo in modo sistematico nel nostro ashram.