domenica 29 marzo 2015

La storia dello yoga

di Swami Satyananda Saraswati
Talk at the Fourth International Yoga Convention, Gondia, November, 1967, originally printed in YOGA, Vol. 6, No. 7, 1968

da YOGAMAG nov/dic 2005

Secondo la storia dello yoga, come riportato nelle antiche scritture, Shiva viene considerato il primo promulgatore della scienza dello yoga quindi possiamo considerarlo l’Adi Guru dello yoga. Il suo primo discepolo fu Parvati, sua moglie. Secondo la mitologia, un giorno, Shiva stava insegnando yoga a Parvati vicino alla riva di un fiume; intorno a loro non c’era nessuno ma un pesce li stava ascoltando con interesse; quando Parvati se ne accorse, ne rimase piacevolmente sorpresa e quindi pregò Lord Shiva di trasformare quel pesce in un essere umano; il pesce rinacque sotto forma di essere umano e divenne famoso nella storia come Matsyendranath, il primo Natha yogi che propagò lo yoga a molti suoi discepoli; lo yogi Matsyendranath era solito sedere in una particolare postura di meditazione che divenne famosa come matsyendrasana.
Matsyendrasana tonifica il fegato, i reni, la colonna vertebrale e rilassa le tensioni muscolari e nervose. La leggera rotazione di tutto il corpo e della colonna, riempie il corpo di energia. Questa asana viene anche chiamata torsione spinale. Nella pratica delle asana, ci si dovrebbe generalmente concentrare di più sugli esercizi per la colonna e su quelli dedicati ai centri nervosi dormienti in quanto la pratica fisica delle asana è l’unica pratica che io conosca a fare proprio questo.

8.400.000 asana
Ci sono molte asana ma quelle importanti sono 84. Nelle scritture, si dice che esistono 84 lakh (8.400.000) asana, tante quante le creature in cui l’anima umana evolve per diventare un essere umano. Chiaramente non tutte sono presenti nei libri anche se alcuni riferimenti si possono rintracciare nelle scritture stesse.
Generalmente, i nomi delle asana derivano dai nomi degli animali tipo makarasana, il coccodrillo, kukkutasana, il gallo, mayurasana , il pavone, bakasana, la capra, garudasana, l’aquila, bhujangasana, il cobra, shalabhasana, la locusta, kurmasana, la tartaruga e così via. Alcune asana sono molto difficili da praticare, altre più facili ma ognuna ha benefici specifici. Quelle più elementari e semplici fanno bene a prescindere dall’età e anche i bambini possono praticare asana sotto la guida di un istruttore.
Il momento migliore per praticare asana è la mattina dopo il bagno e prima della colazione. Si può praticare anche alla sera ma sempre a stomaco vuoto. Anche le attività sportive aiutano a rinforzare il corpo ma solo le asana forniscono benefici che sono unici. In generale lo sport richiede molto tempo e spazi grandi mentre le asana richiedono poco tempo e ogni luogo va bene.

Fa attenzione alla tua mente

La letargia mentale, spesso, non permette ad una persona di imparare e praticare le asana. La mente trova velocemente delle scuse e questo è riportato più volte nelle scritture. Solo una mente aperta, senza pregiudizi, pura può ascoltare le prescrizioni della ragione pura e realizzare l’esistenza della coscienza pura. Tutti i pregiudizi sulle asana devono essere rimossi per permettere alla fede di farsi strada con la pratica. Un buon grado di importanza deve essere data alla pratica delle asana durante la giornata per permettere a corpo e mente di attivarsi e rendersi energetici. Quando si dice che gli yogi superano i limiti di mente e corpo è vero ma prima devono avere goduto a pieno dei benefici delle pratica di asana.


sabato 14 marzo 2015

L’importanza delle posture dello yoga

di Swami Satyananda Saraswati
Talk at the Fourth International Yoga Convention, Gondia, November, 1967, originally printed in YOGA, Vol. 6, No. 7, 1968

da YOGAMAG nov/dic 2005

Dal momento che alcune persone sottovalutano le asana e altri le sopravvalutano, cerchiamo di valutare le asana nel corso della nostra crescita spirituale. Per molti, yoga significa solo asana mentre gli yogi e i leader spirituali sostengono che la disciplina fisica delle asana non sia  del tutto necessaria all’ autorealizzazione. Entrambe queste visioni sono estreme in quanto le asana sono sia necessarie che non necessarie.
Se uno jnana yogi pensa che solo attraverso la conoscenza delle scritture si possa ottenere la conoscenza del sé, commette un errore. Allo stesso modo, se un raja yogi rifiuta il corpo e si concentra solo sul potere della meditazione, di sicuro non raggiungerà il proprio obiettivo in quanto il suo sadhana verrà interrotto a causa di qualche malattia. Un bhakti yogi confida sempre sul potere delle proprie emozioni, sulla devozione e l’arrendersi al punto di credere di forzare il divino in modo da benedirlo con il suo darshan. Un hatha yogi crede invece che se ogni cosa è al proprio interno, potrà estrarla attraverso la disciplina fisica degli organi esterni ed interni, dei muscoli, dei nervi, dei tessuti.
Tutte queste quattro visioni non sono libere da pregiudizi e sono basate sull’inesperienza in quanto jnana yoga, bhakti yoga, raja yoga e karma yoga non sono quattro sentieri separati ma sono come quattro cerchi che si compenetrano e si sovrappongono e una parte di ognuno forma la parte degli altri tre cerchi. Tutti i ricercatori spirituali, sia che seguano il sentiero del bhakti, dello jnana, del raja, del karma e dell’hatha yoga, hanno bisogno di praticare le asana. Queste infatti non sono destinate solo agli hatha o ai karma yogi. I bisogni di tutti gli esseri umani sono più o meno gli stessi, solo poche variazioni qualitative e quantitative sono necessarie per variarli a seconda delle abitudini personali o delle caratteristiche ereditarie.

Perché le asana sono necessarie

Il sistema digestivo di coloro che siedono ore in una posizione di meditazione o che praticano uno shastra sadhana per un notevole periodo di tempo diventa debole. A causa dei sadhana intensivi, il metabolismo diminuisce e tutte le attività organiche rallentano la loro funzione al punto che il corpo si ammala. A meno che il corpo non sia completamente immune dalle malattie e completamente puro, in queste condizioni non può esserci condizione meditativa. Il corpo di una persona deve vibrare e pulsare con una salute divina in modo da generare pensieri sottili.
Una persona troppo robusta, vigorosa, piena di vita non può essere un modello di perfetta forma fisica in quanto il corpo ideale è snello, flessibile e forte e possibilmente accompagnato da una mente piena di gioia e speranza. Un fisico così è però possibile solo se i 72000 nervi del corpo sono purificati dagli esercizi yogici. Le asana sono benefiche in tanti altri modi in quanto controllano ghiandole e nervi, rendono il corpo flessibile e mantengono la colonna vertebrale in una buona condizione di salute. Quest’ultimo fatto è fondamentale perché è la condizione necessaria per liberare il passaggio di sushumna nadi. Onestamente si può dire che le asana segnano la strada per sadhana più alti. Il corpo e la mente di una persona devono essere sotto perfetto controllo. Attraverso la pratica di alcune semplici posture ci si può mantenere sani.

L’esercizio integrale

Le asana sono esercizi di yoga che servono a mantenere corpo e mente sani. Se il corpo non è sano, non lo sarà neanche la mente e se la mente non è sana anche i pensieri ne saranno influenzati. Le asana migliorano l’integrità personale anche se il fine primario è quello di ottenere una salute migliore. Così come è necessario il cibo per nutrire e fornire energia al corpo, alcuni tipi di esercizi sono necessari per far funzionare bene muscoli, ossa, articolazioni e centri nervosi.


Le asana, il primo passo nello yoga

La pratica quotidiana delle asana riduce le tensioni nervose e muscolari, migliora il sistema digestivo, rimuove la letargia e la pigrizia e permette di mantenerci attivi ed efficienti durante tutto il giorno. Quando corpo e mente sono liberi dalla tensione, il lavoro fisico e mentale aumenta. Le asana proteggono dai disordini interni al corpo e danno forza e salute. Ci sono asana specifiche per prendersi cura del fegato, della digestione, delle malattie che riguardano il sangue.
Oggi molte malattie sono psicosomatiche a causa della mancanza di coordinamento fra corpo e mente. E’ idea comune di tanti yogi e psicologi che i disordini mentali come la nevrosi, la nevrastenia, l’insonnia, ecc. possano essere curati con le asana. Una giusta combinazione di asana previene il decadimento del corpo e della mente, mantiene giovani e fornisce equilibrio mentale e fisico.

In ogni parte del mondo, la gente deve affrontare tensioni in ogni sfera della propria vita in quanto il mondo stesso è pieno di tensioni. La yoga terapia, di cui le asana sono la pratica principale, mantiene corpo e mente in equilibrio e dona stabilità che poi è il risultato naturale della pratica di yogasana. Le pratiche yogiche correggono velocemente i problemi mentali come la rabbia, l’agitazione mentale, la depressione, l’insoddisfazione, ecc. Lo yoga è un processo graduale che può essere accelerato dalla pratica quotidiana. Lo yoga ha fornito dei risultati positivi e definitivi a milioni di persone e questo è infatti il segreto dietro la sua popolarità nonostante i cambiamenti del mondo nelle ultime migliaia di anni. 


sabato 28 febbraio 2015

Concentrazione e stabilità mentale

Swami Satyananda Saraswati
Gyan Mandir Military Center, Sagar, March 1979


Tratto da Yoga magazine novembre 1981

Concentrazione e stabilità mentale

Le nostre potenzialità mentali si ampliano quando sviluppiamo la concentrazione. Un pezzo di carta non brucerà se lo si tiene semplicemente sotto il sole! Tuttavia, se i raggi del sole convergono attraverso una lente convessa in un punto focale, l'intensità del calore permetterà alla carta di bruciare. Analogamente, se le nostre energie mentali non sono incanalate in modo corretto, queste andranno sprecate molto rapidamente e la mente diverrà più debole. Una mente che vaga, che è instabile, inquieta è soggetta a tutti i tipi di allucinazioni, manie, fobie.
Una mente che vacilla è una mente malata, squilibrata. Quando concentriamo la mente su un punto interiore, come “jyoti” o “bindu”, ciò che in realtà stiamo cercando di fare è controllarne le oscillazioni e fluttuazioni. Dobbiamo rivolgere la mente su questo punto interiore in modo che la coscienza sia fissa unicamente su di esso. Dopo un po’ di esercizio e pratica, la mente inizierà a diventare concentrata e stabile nell’osservazione di quel punto.
Quando si è saldi nella concentrazione, le energie mentali vengono preservate. Quando non c'è tensione o dispersione, la pace e la forza interiore possono essere conseguite. Quando la mente è libera da distrazioni, le facoltà intuitive superiori si rivelano all'individuo ed iniziano a guidarlo. La fiducia aumenta, le paure immaginarie svaniscono, si diviene capaci di affrontare la vita in maniera pacifica e con forza spirituale. Questo è lo Yoga.
Lo Yoga rende la mente forte, in grado di sopportare dolore e infelicità. Dopo una pratica regolare di Yoga, equilibrio e vitalità diventano normali qualità della mente. Con una mente stabile, un uomo è in grado di irradiare forza e fiducia. Una mente dissipata, invece, diventa sempre più debole e pone solo ostacoli al suo stesso progresso.
Una mente efficiente è essenziale quanto un corpo efficiente. Addestramento e disciplina, a cui ogni soldato è sottoposto, sono utili per il corpo, ma non basta! Un corpo forte con una mente debole è di nessuna utilità. La vera forza risiede nella mente. Solo con una mente forte e stabile si sarà in grado di realizzare qualcosa di lodevole nella propria vita.
Per raggiungere questa stabilità mentale, occorrono solo dieci minuti di meditazione ogni mattina. Decidete solo su cosa concentrare la vostra mente. Se decidete per la fiamma di una candela, siate consapevoli di questo e nient'altro. Quando la mente è ferma su un punto focale, anche solo per pochi secondi, vivrete una meravigliosa esperienza.

Veri soldati

Attraverso la meditazione noi cerchiamo di controllare i nostri pensieri, proprio come lo scienziato cerca di controllare le forze della natura. La mente è una forza, il pensiero è una forza, le emozioni sono una forza, la memoria è una forza. Lo stato di felicità o infelicità è strettamente connesso al livello di energia. La mente, di conseguenza, non è né diabolica, né corrotta. Nella scienza della meditazione dobbiamo comprendere alcune cose di base e modificare alcune delle nostre convinzioni. Come definiamo la mente? È semplicemente la macchina del pensiero o c'è di più? La definizione finale a cui sono convenuto è che “la mente è energia”.
Alcune persone sono state in grado di controllare questa energia, ma la maggior parte no. La mente è una forza potentissima. Coloro che hanno addomesticato questa mente hanno domato il mondo. Essi sono diventati grandi statisti, profeti, artisti o scienziati. Anche questi sono miracoli della mente! Coloro che si sentono infelici, depressi, frustrati, pessimisti, in conflitto con sè stessi, semplicemente non sono stati in grado di padroneggiare la mente. Quindi, dobbiamo trovare un modo per utilizzare al meglio le energie della mente.
Un grande uomo in qualsiasi ambito non è semplicemente un prodotto del destino. Non è un caso, né una combinazione di condizioni astrologiche o planetarie. Un grande uomo è colui che è stato in grado di gestire la mente e, di conseguenza, il mondo.
Questo fu intuito dai Rishi in India migliaia di anni fa. Pertanto, decisero di trovare il modo migliore per raggiungere questo obiettivo. Nel corso della loro sperimentazione, scoprirono innumerevoli tecniche e strumenti, sebbene avessero dei limiti oggettivi.
Alcuni fra questi strumenti, tra i quali anche LSD e hashish che ancora oggi vengono adoperati, sono stati utilizzati in India migliaia di anni fa. Durante il periodo vedico, si era soliti prendere la soma, una bevanda allucinogena per andare in trance, ma andare in trance non era la meta ultima. Allo stesso modo, la meditazione non deve essere unicamente un traguardo ma, innanzitutto, un’occasione per trasformare la qualità della mente. Quando si modifica la qualità della mente, si modifica anche la qualità delle azioni. E quando si cambia la qualità delle azioni, si potrà cambiare l’essenza dell'esperienza.
La mente è in grado di esprimersi in molti modi così, se la mente è tenuta sotto controllo, si può ottenere padronanza di eventi e circostanze. Questo è ciò che stiamo cercando di spiegare. Non sono un seguace di una particolare setta, e non credo che la mia tradizione sia unica, ma so che lo Yoga è una scienza interdisciplinare magnifica.
Seguendo il sentiero dello Yoga, un giorno diventerai un vero soldato. Potrai sconfiggere i tuoi nemici interiori e raggiungere la vera libertà. Ora non siete liberi semplicemente perché non siete ancora divenuti maestri di voi stessi. Siete facilmente influenzabili da emozioni e passioni, rabbia e preoccupazioni. Non siete ancora in grado di sopportare il dolore e la tristezza, e divenite facilmente frustrati dalle difficoltà quotidiane. Non siete capaci di governare i vostri pensieri, né padroneggiare le vostre azioni. Siete ancora ridotti in schiavitù dalla vostra mente. Dovete semplicemente invertire questa situazione e ottenere il controllo su di essa. Solo allora potrete diventare dei veri soldati.










sabato 14 febbraio 2015

Se vuoi essere vittorioso, prima conquista il mondo interiore

Swami Satyananda Saraswati
Gyan Mandir Military Center, Sagar, March 1979
Tratto da Yoga magazine novembre 1981

Oggi, in questo campo di battaglia, ogni guerriero è solito affrontare un altro guerriero. Voi siete un guerriero esattamente come me.
Ci sono due tipi di guerre che l'uomo deve combattere: una sul campo di battaglia della vita, l'altra è interiormente.
La prima è combattuta contro i nemici esterni e la seconda contro i nemici interni. Gli eserciti sono addestrati per la battaglia esterna, mentre io istruisco gli uomini per quella interiore. Se non siamo adeguatamente preparati ad affrontare i nostri avversari esterni, essi si approfitteranno delle nostre debolezze e perderemo la nostra libertà. Siamo tutti ben consapevoli di questo. Allo stesso modo, se non siamo in grado di controllare e padroneggiare i nostri nemici interni, diventeremo loro schiavi e subiremo squilibrio e disarmonia.

Scienza della difesa

In ogni parte del mondo, l'umanità è in uno stato di sofferenza. Ogni individuo si sente imprigionato dentro di sé, stordito, oppresso e disorientato, frustrato. Egli vorrebbe liberare sé stesso dai propri stessi limiti ma non può, non ci riesce. Ha perso la battaglia prima ancora di iniziarla.
La scienza dello Yoga libera l'uomo da questo senso di sconfitta. È una scienza altamente sviluppata in termini di difesa poiché contiene una vasta gamma di armi che non ha limiti né di applicazione né di campo d’azione.
Quando l'uomo sarà in grado di liberare sé stesso dall’attaccamento, egli potrà respirare l'aria della vera libertà. Il nostro più grande nemico sono proprio i nostri stessi limiti. Nella letteratura antica, queste limitazioni sono state denominate forze del male, demoni personali.
Purificando noi stessi attraverso lo Yoga, diverremo come un generale di un esercito che addestra e guida i propri soldati. Allo stesso modo, noi possiamo avvalerci della forza di volontà e superare i nostri condizionamenti. Abbiamo delle qualità su cui occorre lavorare quali la resistenza, la stabilità, l’equilibrio, la concentrazione e l’autodisciplina. Esse operano proprio come i comandanti di un esercito. Quando sappiamo come utilizzare questi punti di forza interiori, allora possiamo servircene ed aspirare al raggiungimento dei nostri obiettivi più elevati. Questa, in sostanza, è la vera vittoria dell'uomo su sé stesso. Per combattere contro ciò che è fuori, dobbiamo sviluppare la capacità di domare ciò che è all’interno di noi stessi. Dobbiamo essere forti sia dentro che fuori.

Importanza della disciplina

La disciplina è connaturata al sentiero dello yoga ed è la spina dorsale dell'esercito. Essa è di due tipi: personale e pubblica. La disciplina personale è essenziale per il progresso spirituale così come quella pubblica è necessaria per il progresso della società e della nazione.
Il paese che ha un esercito disciplinato non ha timori. Analogamente, la persona che ha disciplinato i suoi sensi ha il successo garantito. Come è possibile raggiungere la meta se i cavalli del carro corrono a briglie sciolte ed il cocchiere è inquieto? Un conducente vigile, che è pienamente consapevole del suo obiettivo ed è in grado di governare ed indirizzare i suoi sensi, allora sarà risoluto e determinato a raggiungere il suo scopo.
Ecco perché ho menzionato il soldato che sta affrontando un altro soldato. Il vero traguardo si trova all'interno di noi stessi. Quello che vi ho indicato è il percorso che ci conduce proprio a questa meta. La vita interiore è più reale di quella esteriore che è transitoria, empirica, soggetta ai vincoli di spazio-tempo. Colui che ha compreso e sperimentato la vita interiore è in grado di affrontare la vita nel mondo agevolmente con semplicità e con equanimità. Per permetterci di sperimentare l’universo interiore senza isolarci dalla realtà, i Rishi hanno sviluppato le tecniche di Yoga.

Attraverso una pratica regolare e costante di Yoga possiamo raggiungere e ottenere il controllo del nostro corpo e della nostra mente. È molto semplice e chiaro. La via dello Yoga deve essere solo compresa e incorporata nella nostra vita. È sufficiente un programma giornaliero che includa poche asana, alcune pratiche di pranayama e meditazione per sviluppare la concentrazione della mente. Le asana non sono dei semplici esercizi di ginnastica, così come le pratiche di pranayama non sono meri esercizi di respirazione. Allo stesso modo, meditare non significa estraniarsi dal mondo. Asana significa postura stabile e confortevole da mantenere sia col corpo sia con la mente. Asana e pranayama sono importanti tecniche di preparazione per la concentrazione e la meditazione.



domenica 1 febbraio 2015

E LUI APRI' LA PORTA (seconda parte del post: "Il mio guru, Swami Sivananda")


(seconda parte del post Il mio guru, Swami Sivananda)


E lui aprì la porta

Feci moltissime esperienze con Swami Sivananda. Vi racconto solo questo episodio. In Ashram c’era un servitore, un giovane arrogante. Vi era la regola, in ashram, che dopo il pasto, ogni residente e ospite avrebbe dovuto prendere il proprio piatto e lavarlo sulle rive del fiume Gange. C'era un vecchio swami, il quale dopo aver concluso il suo pasto, lasciò il piatto in cucina da lavare. Gli dissi: "Lascialo pure lì, lo farò lavare." Sapevo che lui non poteva andare giù al Gange.

Khushiram, il giovane servitore, che stava lavando altre grosse stoviglie si arrabbiò: “Non voglio piatti qui. Buttalo via”. Così gettò via il piatto e io gli dissi: “Esci, abbandona l’ashram”. Questa era la mia natura. Avevo considerato solo la mia reazione e non avevo considerato che anche lui fosse un uomo. Ero un uomo forte, per cui quando gli dissi di lasciare l’ashram, egli dovette lasciare l’ashram. Ad ogni modo poi qualcuno gli disse di andare da Swami Sivananda per congedarsi da lui. Questa era la tradizione.

La sera, quando Swamiji uscì, Khushiram toccò i suoi piedi e gli disse: "Swamiji, sto andando via. Swami Satyananda mi ha ordinato di lasciare l'ashram." Swamiji non mi chiamò, aveva capito tutto, perché Swamiji era un uomo scaltro e intelligente. Swamiji accolse Khushiram nella sua cucina personale e lo tenne lì.

Questa decisione fu un’ offesa per me. Era un’ offesa recata dal mio Guru nei miei confronti. Egli tenne questo giovane al suo servizio personale – nel luogo dove mi sarei dovuto recare ogni giorno - sapendo che io gli avevo detto di lasciare l’ashram; lo avrei dunque incontrato alla porta di Swamiji. Questo episodio fu così offensivo per me, che mi disturbò parecchio.

Tutti i principi dello Yoga di cui parlavo: la mente conscia, inconscia, super conscia…tutto era distrutto. Tutti gli stati mentali erano nel caos, tutte le emozioni erano in uno stato confusionale. Tutto ciò che avevo pensato, tutte le filosofie che avevo predicato, tutto ciò che era nella mia mente era in uno stato confusionale. Perciò dissi: "Lascerò l'ashram e me ne andrò".

Poi pensai “Ricevi una piccola offesa dal tuo Guru e desideri lasciare l’ashram e andare via. Se non riesci neanche ad osservare e comprendere l’atteggiamento “offensivo” del tuo Guru, cosa sei qui a fare? E perché dici che egli è il tuo Guru?. Digli piuttosto: io sono un lavoratore, quindi per favore comportati meglio con me da oggi. Puoi non pagarmi con i soldi, ma dammi del cibo. Voglio servire l’istituto, ma non voglio essere tuo discepolo e non voglio che tu sia il mio Guru”. Posso al contrario affermare che egli è il mio Guru, la mia vita, il mio prana, ogni cosa, ma non appena mi mette alla prova fallisco.

Non riuscivo a ricordare. Feci così tanti progetti che non riuscii a dormire tutta la notte. Ero diventato niente meno che segretario dell'ashram e non un membro ordinario qualsiasi. Avevo tutte le chiavi dell’ashram, gestivo i contanti, le banche e tutto il resto, e pensai che questa offesa fosse per me come la morte.

La mattina successiva esitai ad andare nel bungalow di Swamiji, perché ero molto arrabbiato. Avevo mandato via il servitore che continuava a restare lì e a dirmi: "Ah! Così mi hai mandato via”. Sarebbe stata  una guerra tacita, segreta, tra lui e me. Allora, non riuscii a capire. Adesso capisco, perché vedo la realtà in modo distaccato. I miei discepoli non capiscono perché non hanno ancora la lucidità. Oggi nel mio ashram mi preoccupo di mettere alla prova i miei discepoli. Li ho messi già una volta alla prova e sono stato messo a mia volta alla prova.

La mattina successiva, si presentò Swamiji alla porta, non il servitore. Aprì il cancello e disse: "Hari Om, Namo Narayana.". Io dissi: "Oh sì, tu sai cosa sta accadendo alla mia mente." Mi fece entrare e osservò le mie carte, e tutto ciò che dovevo mostrargli. Non disse nulla inizialmente, poi aggiunse: "Hai apprezzato che io abbia aperto la porta per te? …Mi venne un colpo ! …”.

Dissi: "Hai dovuto aprire la porta, altrimenti chi lo avrebbe fatto?". Gli dissi ciò che pensavo. Non volevo che fosse il servitore ad aprire la porta; questo era il punto. Ma il punto successivo era che egli era il Guru ed è il Guru che deve aprire la porta, la porta che conduce alla luce. Allora egli disse: "Hai apprezzato quando ho aperto la porta?" lo disse ancora ed io gli risposi, "Dopo tutto, sei tu che devi aprire la porta."

 Iniziazione

Nel 1946 ero fisicamente stanco. Ebbi un attacco di itterizia, diarrea, dissenteria, febbre tifoide o paratifo, non ho mai saputo che cosa fosse perché non ho mai consultato un dottore. Non c’erano dottori, non c’erano medicine, non c’era niente. Sapevo che non stavo bene, avevo ancora energia ma fisicamente ero ridotto uno scheletro.

 Avrei invece preferito lavorare a casa mia. Avevo tantissime terre, possedimenti e su di esse molto bestiame, bufali, pony. Maya mi circondava completamente donandomi il meglio di se.

Così scrissi una lettera a un mio amico che si trovava a Lahore, questo accadde prima della Partizione (dal Pakistan avvenuta nel 1947 ndt); rispose che si stava organizzando per trovarmi un posto come sostituto dell’editore nella rivista Tribune. Dopo qualche giorno arrivò la lettera dell’incarico alla quale risposi dicendo “non ho soldi”, egli allora mi inviò quattrocento rupie. Mi sono fatto fare dei vestiti, cappotto, pantaloni, cravatta, tutto. Questo swami pazzerello!

Quando tutto fu pronto, andai da Swamiji e gli dissi: “me ne vado penso di voler tornare indietro”. Egli rispose, non ricordo esattamente cosa, e mi disse: “Okay, l’8 settembre avrà luogo la celebrazione del mio Giubileo di diamante, puoi lavorare qui fino ad allora, dopo di che puoi andare”. Gli risposi: “Okay, altri due mesi”.

Non ho mai saputo che in verità lui stava cercando di circondarmi su tutti i fronti, così rimasi. L’8 settembre era il suo compleanno. Tra il 9 e il 10 i visitatori se ne andarono e l’11 egli mi chiamò e mi disse: “tu verrai qui domani mattina e prenderai il sannyasa”; un fulmine a ciel sereno! Non sapevo cosa dire. Mi disse: “domattina alle sette prenderai il sannyasa ed eliminerai tutti i tuoi attaccamenti, impegni e obblighi verso gli aspetti inferiori della vita”. Gli risposi: “va bene” e di nuovo la mia mente si fermò.

Dimenticai tutto quello che riguardava il Tribune, dimenticai ogni cosa. La mia mente era vuota, non dormii per tutta la notte, ripetei il mio mantra che ai tempi era il Gayatri; mentre aspettavo che arrivasse il mattino ero molto ansioso, fu per me una notte molto lunga.

Mi alzai alle due, alle tre, alle sei; stavo aspettando quando improvvisamente qualcosa nella mia mente cambiò. Alle sette andai da lui ed egli chiamò un barbiere che mi rasò. Ero già rasato ma avevo lasciato un ciuffo di capelli su bindu, una piccola manifestazione del mio ego, quando anche questo ciuffo fu tagliato. Mi diede un piccolo langoti, una piccola fascia di stoffa, un dhoti e portò via il mio janeu, il filo sacro.

Mi disse: “In questa vita, oltre la vita, dopo la vita – ovunque ti trovi, in un bar a bere un ponce, in compagnia di donne o tra prostitute, non rinunciare mai al geru”. Quello era un sankalpa, un ordine che mi diede. “Non importa cosa fai, non mi interessa, il Geru ora è la tua pelle”, quello è il motivo per il quale amo il geru così tanto.

Da solo

Per tre anni, dal 1953 al 1955, egli lasciò che io smettessi di lavorare in ashram e mi dedicassi unicamente allo studio. Durante quel periodo mi concentrai completamente sullo studio degli shastra, giorno e notte – dai Rig Veda fino ai libri dell’età di Gandhi – ogni tipo di religione, in sanscrito, hindi, inglese, qualsiasi cosa. Mi mandò per un anno a Gujarat e Samashtra e mi volle con sè durante il suo tour di tre mesi per l’India, affinchè potessi avere un’idea delle persone.

Nel 1956 non ero in forma. Un giorno Swamiji mi chiamò, in quel periodo egli sentiva che l’ashram non era il posto giusto dove io mi sarei potuto esprimere liberamente, sapeva che avevo una mia filosofia sia nel lavoro che nella vita. Mi disse: “l’ashram per te è troppo piccolo, il tuo destino è importante”. Mi diede centootto rupie, che non ho speso e porto ancora con me nella mia borsa, per me sono molto preziose e le tengo sigillate. Mi disse: “prendi quello che ti piace dall’ashram ma sarebbe meglio che tu andassi con meno cose possibili”.

Mi disse: “Ci sono cose che le persone non conoscono e che noi non insegniamo loro perché non sono ancora pronte. Esse vogliono conoscere solamente qualche asana o qualche tecnica di pranayama. Molte persone sono spaventate dallo yoga e quindi non insegno yoga più di tanto”. Così mi ha insegnato il kriya yoga. Mi ci sono voluti solo cinque minuti perché conoscevo già i kriya del kriya yoga.

Lasciai l’ashram il 19 marzo del 1956, la stessa data in cui ero arrivato. Ho vagato ovunque, in quel periodo ero completamente avverso alle istituzioni – niente ashram, niente discepoli, niente soldi. Ho fatto la vita del mendicante, volevo solo essere libero. Se volevo fumare nessuno doveva dirmi “perché un sadhu fuma?”. Se volevo bere, nessuno doveva dirmi “perché bevi?”, io mi faccio gli affari miei, voi fatevi gli affari vostri.

La società è un organismo ben collegato che le persone devono seguire, indipendentemente dal fatto che sia giusto o sbagliato. Nessuno può dire che tutto quello che la società ha deciso sia giusto; le regole della società si sono costituite in modo automatico. A volte sono state create da persone affette da falsa vanità, per questo ogni tanto si sente la necessità di voler vivere in modo libero. Se voglio chiudere gli occhi per cinque ore, che interesse avrà mia moglie o mia madre per chiedermi: “che cosa ti sta succedendo? Stai impazzendo?”; si, sto impazzendo, se non ti va bene puoi andartene.

Anche oggi ovunque vada non vivo mai con i familiari perché dovrei dire: “si, va tutto bene”. Mi piace vivere in qualsiasi altro luogo, dove posso dormire quando mi piace, posso russare quanto mi piace, posso fare il bagno, posso cantare, posso piangere, posso dormire per terra. Ho vissuto in questo modo per alcuni anni.

Alla fine sono tornato a Munger e quello fu l’inizio di un’epoca, il posto era bellissimo. Il 13 luglio del 1963 ho avuto un risveglio interiore, ricevetti un messaggio, da quel momento tutto ebbe inizio. Vi ho parlato di molte esperienze e potrei andare avanti e avanti…


Sivanandashram,  Munger, 16 ottobre 1982



mercoledì 14 gennaio 2015

Il mio guru, Swami Sivananda

tratto da

http://www.yogamag.net/archives/2011/invdc11/mygu.shtml

Di Swami Satyananda



Swami Sivananda nacque nel distretto di Tirunelveli nel Sud dell’India l’8 settembre 1887. Era un discendente di un filosofo e santo famoso in India, Appaya Dikshitar (1520–1593), un siddha e un bhakta.
Un giorno Appaya Dikshitar andò in visita al tempio di Tirupati Balaji in cerca della visione del divino. A quel tempo, i Vaishnaviti in India non avevano il giusto atteggiamento verso gli Shivaiti. Appaya Dikshitar era appunto uno Shivaita, un devoto di Shiva, e non gli fu concesso di entrare nel tempio di Tirupati Balaji. Grazie ai suoi poteri misteriosi, alla sua bhakti e alla sua estrema devozione, il mattino seguente i pujaris o preti del tempio videro che a fianco di Tirupati Balaji si era materializzato uno shivalingam. Questo episodio portò a un radicale cambiamento nell’atteggiamento dei Vaishnaviti di quel tempo.
Swami Sivananda nacque da questa stirpe di grandi filosofi, santi e bhakta. Nel 1923 lasciò il suo lavoro in Malesia, dove praticava la professione di medico in una piantagione di Johara Bahru, e venne in India. Ricevette la sua iniziazione da Swami Vishwananda, un sannyasin che apparteneva alla tradizione del Sud.
Swami Sivananda si dedicò quindi all’austerità. Praticò una sintesi di karma, bhakti, raja e jnana yoga. Non trascurò alcun tentativo e provò tutti i grandi metodi, scoprendo infine che il bhakti yoga era la migliore strada per l’autorealizzazione. Tramite la ripetizione del mantra, la totale sottomissione al volere divino, la fede incrollabile nell’essere cosmico o ishta devata, è possibile raggiungere il livello di esperienza divina più alto e profondo - nirvana, moksha, samadhi o darshan.
L’incontro con il mio guru

Una routine guadagnata con fatica
Liberazione dall’ego
Nel 1943 andai nel suo ashram, dove c’erano solo alcuni bungalow qua e là, sparsi nella foresta, tra gli scorpioni, i serpenti e le zanzare che ci tormentavano. Ma era un luogo di grande bellezza, sulle rive del Gange, e da lì si vedevano le montagne su cui sorgono i villaggi di Badrinath e Kedarnath, sede di due importanti templi.
Dissi a Swami Sivananda: “Da molti anni pratico la meditazione, dhyana. Sono in grado di dimenticare me stesso, trascendere la mia coscienza individuale, ma non riesco ad avere alcuna esperienza interiore. E’ come se mi addormentassi, tutto qui. Non riesco ad andare oltre perché la mia consapevolezza è  completamente dissolta in shunya, nel vuoto.” Lui rispose solo: “Rimani nell’ashram e pratica il servizio senza aspettarti alcuna ricompensa.” Fui confortato da questa risposta: niente japa, niente meditazione, nulla! Mi diede una tale pace interiore che quel giorno, il 19 marzo 1943, il mio intelletto rimase sospeso. Nell’attimo in cui fui con Swamiji, tutte le mie domande cessarono.
C’è un bellissimo sloka che ripeto sempre. “Sotto l’ombra del fico banyan siedono il vecchio guru e il giovane discepolo. Il guru non dice nulla, rimane in silenzio, ma le domande e i dubbi del discepolo uno a uno vengono risolti.” Questo è quello che mi accadde. Le domande cessarono, l’intelletto si mise a riposo.
A casa mia non avevo mai neanche lavato un fazzoletto; non dovevo pulire la mia stanza e non avevo mai visto neanche una zanzara. Non sapevo come fosse fatta una zanzara e tanto meno come pungesse! Venivo da una famiglia non vegetariana e per tre pasti al giorno, ogni giorno, avevo mangiato cibo non vegetariano. Nell’ashram mangiavo chapati e dhal.
Swami Sivananda era solito restare nel suo bungalow. Veniva nell’ashram soltanto per dare insegnamenti: due ore il mattino, un’ora il pomeriggio e un’ora la sera. Potevamo vederlo solo per quattro ore. Il suo bungalow era chiuso a chiave e c’era solo uno swami a cui era permesso rimanere con lui. Se qualche discepolo aveva del lavoro in quelle ore, si perdeva l’opportunità di vederlo. Se anche ci fosse stato un incendio nell’ashram o avessero sparato a qualcuno, la routine era sempre: due ore, un’ora, un’ora.
Swami Sivananda era per prima cosa una persona che cercava, che aspirava con sincerità. Non parlava molto di se stesso. Venne e si stabilì sulla riva destra del Gange. Alcuni giovani vivevano con lui e divennero sannyasin. Uno di loro era Swami Paramananda, che negli Stati Uniti aveva guidato il Great Raymond Circus. Arrivato in ashram, fondò nuovamente un circo. Preparò i programmi e le strutture, registrò l’impresa, si preparò a pagare le tasse e così via. Un giorno Swamiji gli chiese: “Ehi, che stai facendo?” Lui rispose: “Swamiji, stiamo servendo te e facendo questo e quest’altro.” Swamiji pensò: “OK, lasciamoglielo fare.” Ma a un certo punto divenne troppo.
Ogni giorno qualche swami gli diceva: “Swamiji, oggi c’è un ospite e devi dargli udienza.” Lui rispondeva: “Non do udienza a nessuno.” Gli dicevano: “No, no, no, è venuto da Delhi, viene dall’I.C.S.” E lui rispondeva: "I.C.S. o I.P.C. (università indiane ndt) per me sono tutti gelatai e sbucciapatate.” Tuttavia, gli swami erano così insistenti che di solito cedeva.
Un giorno, Swami Sivananda fece i bagagli e lasciò l’ashram. Non aveva denaro. Prese solo il suo dhoti, la Bhagavad Gita e il Ramayana e se ne andò. A piedi raggiunse Rishikesh, che distava due miglia, poi Haridwar, altre quindici miglia, poi Jaipur, ancora sei miglia, e passò la notte nella stalla di un contadino del Punjab. La mattina, quando il contadino venne a mungere le mucche, vide questo luminoso swami.
Swamiji era molto alto, con le lunghe braccia che arrivavano oltre le ginocchia. Aveva piedi grandi e una grande testa. Il contadino si prostrò di fronte a lui e gli portò roti, latte e ghee; poi volle sapere chi fosse. Swami Sivananda non rivelò la sua identità. Disse solo: “Sono un sadhu, sto andando in pellegrinaggio, tirtha yatra. Vengo da Haridwar.”
Ma per Swami Sivananda era difficile mentire. Dopo un po’ gli disse: “No, vengo da Rishikesh.” Era come quando un bambino dice al telefono: “Mio papà dice che non è in casa.” Era fatto così: se diceva una bugia, lo si capiva subito. Se noi siamo in grado di dire bugie senza che vengano scoperte, è perché siamo acuti. Questa è la ragione per cui soffriamo: siamo così complicati. Swami Sivananda disse allora: “Vengo da Rishikesh e lì c’è il mio ashram.”
Il contadino mandò suo figlio a informare gli swami. Vennero tutti e si prostrarono toccandogli i piedi, pregandolo di tornare. Lui rispose: “Promettetemi una cosa. Non disturbatemi tranne che nelle ore che vi dedico, e durante queste ore se vi dico di stare tranquilli non disturbatemi.”
Tornò all’ashram e furono definite queste regole: per due ore faceva lezione agli allievi, mantra diksha e sannyasa. Per un’ora la sera veniva a firmare i libri. Per un’ora, ancora la sera, veniva per i kirtan. Per tutta la vita, fino a quando morì, non mancò mai all’ora di kirtan. La chiamava satsang. A volte per i kirtan gli swami dell’ashram non si presentavano: a volte ne venivano quattro, a volte due o tre, qualche volta uno solo. Ricordo che una volta c’eravamo solo io e lui, ma lui c’era sempre.
In queste quattro ore manteneva la massima regolarità. Nessuno poteva andare al suo bungalow a dirgli alcunché. Se mai qualcuno gli diceva che questo o quest’altro swami era cattivo, e questo o quest’altro buono, lui rispondeva: “Sii al di sopra di raga e dwesha, al di sopra della gelosia e dell’odio e dell’amore. Sii semplicemente calmo e tranquillo.”
Swamiji aveva qualità di valore, tipiche di un grande uomo, di un uomo buono. Per quanto riguarda il suo comportamento nei confronti delle persone, era altruista, onesto e amorevole, caritatevole e compassionevole. Non avrebbe mai offeso nessuno. Mai in dodici anni l’ho sentito dire:” No!” Era sempre calmo, pacifico, amorevole e dolce; mai sarcastico, mai guidato solo dall’intelletto.
Rispettava i suoi discepoli, come voi rispettate me o come rispettate Rama o Krishna. Non aveva l’abitudine di chiamarmi solo Satyananda, no! Mi chiamava sempre Swami Satyananda Maharaj, Namo Narayan.
Salutava sempre tutti e una volta all’anno invitava gli spazzini e gli emarginati della società ad andare all’ashram per lavare loro i piedi. Sapete quanto è difficile per un Hindu ignorante, che vive nell’illusione, lavare i piedi di uno spazzino? Ma Swamiji lavava i loro piedi e faceva lavare i loro piedi anche agli altri swami. Donava loro chador (veli), dhoti (abiti Hindu), coperte, halva (dolci fatti di semola) e puri (pane) e inchinandosi a loro in namaskara.
Una persona deve rinunciare per prima cosa al proprio ego; solo così potrà raggiungere la “realizzazione dell’essere”. La meditazione è una cosa giusta, Bhakti (l’aspetto devozionale della fede) è una cosa giusta, ogni cosa è in sé giusta. Ma quale è il corretto atteggiamento da tenere? Una persona può portare dei bei fiori nella propria stanza, può arredarla con dei bei mobili, ma non ha poi la vista giusta per guardarla. Qual è allora il senso di portare gli oggetti più belli nella propria casa, se prima non si migliora la qualità della propria vista? E quindi come si può realizzare il senso più elevato dell’essere attraverso Bhakti o altri tipi di yoga se prima non si elimina l’ego?
Per eliminare l’ego, si deve rinunciare a pensare solo a sé stessi, al proprio orgoglio, al proprio egoismo (abhimana). “Io sono un grande Swami”, “Io sono un santo”, “Io sono il figlio o il nipote della sorella del cognato del Primo Ministro”: questo è Abhimana (orgoglio, egoismo). Ci sono differenti forme di abhimana. Anche un debosciato, un ubriacone, un giocatore può manifestare abhimana. Abhimana è il centro della personalità, da cui scaturiscono le proprie azioni. Abhimana deve essere eliminato, se si vuole sperimentare la natura infinita dell’essere. Per questo motivo Swami Sivananda ha portato tutti i suoi discepoli a fare Karma Yoga e li ha guidati nel corso del tempo.
Segue….




domenica 7 dicembre 2014

Dinamiche di gruppo e yoga

 di Swami Satyananda Saraswati
da Yogamag giugno 2011

Dopo aver fondato la Bihar School of Yoga a Munger, mi sono dedicato agli esperimenti scientifici condotti in tutto il mondo riguardo agli effetti dello yoga sulla personalità umana. Nei paesi occidentali, i problemi di molte generazioni hanno portato ad un interesse diffuso circa una disciplina di cui avevano sentito parlare ma della quale poco sapevano. Dottori e scienziati hanno iniziato a condurre esperimenti per accertare gli effetti dello yoga sulla mente, sul corpo, sul comportamento umano e sugli stati psicologici.
Abbiamo raccolto materiale sufficiente per dimostrare che lo yoga non è confinato all’evoluzione spirituale ed individuale personale. Lo yoga è qualcosa che contribuisce allo sviluppo di un’atmosfera mentale universale. Abbiamo sempre pensato che un individuo è un’unità separata e che la mente è una branca del cervello. Il cervello pensa e non c’è altro oltre la materia. In realtà, lo yoga sa che la mente non è solo materia e che la mente individuale fa parte di una mente universale ed omogenea. Così come la luce che vediamo qua davanti a noi fa parte di un complesso più grande connesso direttamente o indirettamente con luci provenienti da altre parti, così la mente umana fa parte di un insieme. E dal momento che facciamo parte di questo insieme abbiamo la capacità di influenzarlo anche se abbiamo la tendenza ad isolare la nostra consapevolezza e a interpretare in modo sbagliato le nostre menti e la nostra personalità fino al punto che soffriamo a causa della senso di separazione che questo comporta.

Oltre l’isolamento
Dove c’è isolamento e separazione non può esserci un team, una collettività, un insieme. Questo è il problema di molti paesi occidentali. La civilizzazione sta attraversando un periodo di grandi cambiamenti. La natura dell’individuo, lo status culturale e comportamentale si forma quando un gruppo di persone diverse si riunisce per adempiere ad un compito. Gli esperimenti scientifici fatti sullo yoga hanno provato che l’uomo può trascendere i limiti della propria individualità e della mente individuale per dirigere la mente verso l’omogeneità e l’universalità.
La mente non è un’espressione del cervello. La mente può esistere senza il cervello che è solo materia fisica. Nello yoga, la mente è conosciuta come chitta. Chitta non è il solo pensare, sentire o pianificare ma è l’omogeneità della consapevolezza individuale. Chitta si può espandere oltre i limiti del corpo fisico. Gli esperimenti alla camera Kirlian hanno provato che un individuo può espandere la propria consapevolezza e le capacità della propria mente. Quando la mente si individualizza, a quel punto diventa egocentrica, quando si libera dell’ego allora diventa universale e omogenea.

La concentrazione e la meditazione
A tale riguardo, i poteri della mente possono essere espansi attraverso le pratiche di concentrazione e meditazione. Dal punto di vista scientifico, queste pratiche influenzano le onde cerebrali che subiscono trasformazioni diverse a seconda del livello raggiunto. All’Università di Barcellona, dottori, psicologi e neurofisiologi hanno osservato che durante la pratica del mantra, le onde cerebrali si sono trasformate in onde alpha. Quando il cervello subisce tali trasformazioni fisiche, avvengono cambiamenti anche a livello di carattere e di modalità reattive. In questo modo, società, istituzioni e vari gruppi di individui vengono naturalmente influenzati da questi nuovi modi comportamentali. Le pratiche di concentrazione espandono le capacità mentali e la mente diventa capace di connettersi con più individui diversi. La mente diventa capace di indurre un pensiero nelle menti altrui in uno stesso momento. Una mente più forte e focalizzata può indurre gruppi di gente a pensare ed agire in una sola direzione. E’ così che le istituzioni, i monasteri, gli ashram hanno un loro valore e ruolo in tutto il mondo. Migliaia di persone possono essere indotte verso un unico concetto omogeneo, un unico contatto universale.
In relazione a questo, ci sono due definizioni precise di yoga. Lo yoga è efficienza delle proprie azioni e dei propri doveri. Lo yoga è equilibrio mentale mentre si conducono i propri compiti. Di conseguenza, se parliamo di yoga, stiamo parlando di una scienza che non riguarda solo il corpo fisico e la vitalità ma anche un grande potenziale nella struttura fisiologica.

Il bisogno di trasformazione
Nel passato, i sannyasa e gli yogi, dopo aver lasciato casa, andavano sulle montagne dell’Himalaya per praticare yoga ed espandere la propria consapevolezza. In seguito, con questa capacità sviluppata, ritornavano in società per proporsi come guide. In India, abbiamo bisogno di yoga più oggi che ieri perché abbiamo la possibilità di dimostrare al mondo che la vita quotidiana può andare di pari passo con lo sviluppo di una vita interiore.
Le nazioni occidentali stanno cercando di far combaciare le esigenze del quotidiano con l’individualità e ricorrono alla psicologia, all’agopuntura e al buddismo Zen. La conclusione alla quale sono arrivate è che se non avviene una trasformazione a livello mentale, non è possibile raggiungere nulla a livello personale e di vita sociale. Possiamo continuare a parlare di persone che si uniscono per raggiungere un obiettivo comune, che adottano atteggiamenti comuni, che si danno dei risultati da raggiungere ma siamo sicuri che non sia solo uno slogan?
Il vero spirito non può manifestarsi senza un’espansione di coscienza. Una madre non può far fronte alle sofferenze del proprio figlio se la propria consapevolezza non si espande in modo tale da potersi unire a quella del figlio stesso. Se non c’è unione, due persone che si innamorano, non potranno mai condividere felicità e dolore. Questo tipo di unione non è intellettuale o una cosa ipotetica ma una vera e propria fusione di due, tre, centinaia di temperamenti.

Lavorare insieme
Migliaia di persone si riuniscono per collaborare in un’istituzione, un’azienda o nella società stessa. Molti lo fanno perché necessitano di un’identità, altri per prendere consapevolezza di un ruolo ed è possibile quindi permettere loro di espandere la propria coscienza al punto di superare le barriere mentali e fisiche. E’ l’unione spirituale che va oltre l’importanza di quello che il gruppo vuole raggiungere.

Secondo me, un’organizzazione non è niente altro che una fusione totale di questa possibilità spirituale. Lo yoga significa unione. Se migliaia di persone nel mondo potessero essere influenzate da un solo pensiero, da una sola filosofia, avremmo una società diversa e questo è quello che continuo a pensare dal 1956 da quando ho realizzato che lo yoga è un modo di vivere molto potente che può influenzare gli eventi di tutto il mondo. Non parlo ovviamente di materie politiche ma di un’unica forma di consapevolezza individuale e sociale. Per fare tutto questo è però necessario uno sviluppo dal punto di vista spirituale ed emozionale.