domenica 16 febbraio 2014

Satsang sui chakra - seconda parte-

da un satsang di Swami Satyananda Sarasvati
Yoga Mag 1980

Ci può dire qualcosa di più su sahasrara chakra?
Sahasrara è supremo; è il culmine della kundalini.La sede originale della kundalini è in Muladhara mentre la dimora di Shiva, del purusha o della coscienza più alta è in Sahasrara. Shiva e Shakti sono le due entità eterne. Sahasrara è la sede della coscienza più alta ed è pura coscienza. Non ha mobilità, attività, movimento, vibrazione: è assolutamente immobile. Shakti, d’altro canto, è dinamica, creativa, mobile e piena di vibrazioni. Quando la Shakti sale fino a Sahasrara e si unisce con Shiva, si fa esperienza di un grande risveglio e si realizza una nuova dimensione di coscienza.
C’è un modo di concentrarsi facilmente sui chakra per noi che abbiamo difficoltà nel localizzarli?
Si, ci sono delle chiavi maestre. Come potete individuare il punto esatto di muladhara chakra? Mettere uno spillo non è certo il modo! Potete concentrarvi sulla punta del naso o nasikagra mudra e così la vostra coscienza si fisserà nel punto esatto di muladhara. Questa è per esempio una chiave maestra (master key).
Come concentrarsi su ajna chakra? Non potete localizzarlo, potete solo immaginarlo. Per primo, concentratevi sul centro fra le sopracciglia e cercate di ridurre l’area della vostra concentrazione tutta su questo punto. Se avete difficoltà, mettete del balsamo al centro fra le sopracciglia, chiudete gli occhi e la pelle si contrarrà leggermente. Senza fare nessuno sforzo, sentirete la sensazione e svilupperete la consapevolezza su quel punto così tanto che vi apparirà come un piccolo sole radiante. Una volta che fate esperienza di questo, la vostra mente si ritrarrà e si fisserà sul punto più difficile da localizzare, ajna chakra.
Ci sono diversi metodi come questo che vi permettono di scoprire il punto esatto senza immaginare e senza fare nessuno sforzo.
Può suggerire una tecnica per concentrarsi su tutti i chakra?
Vi fornirò alcuni metodi. Potete sedervi tranquillamente e concentrarvi sia sui chakra che sui loro punti di connessione nella parte frontale del corpo. Con uno strumento musicale suonate la scala: sa re ga ma pa da ni sa oppure do re mi fa sol la si do.
Abbinate le note con i chakra  e quando salite o scendete la scala, spostate la vostra consapevolezza da chakra a chakra , da muladhara a sahasrara.
Un altro metodo prevede l’uso dei mantra. Ogni chakra ha un bija mantra: lam, vam, ram, yam, ham e aum, rispettivamente da muladhara ad ajna. Praticate japa, ripetendo il bija mantra mentre mantenete la coscienza nell’area corrispondente del chakra. Per esempio, mantenete la mente su muladhara e ripetete lam in continuazione. Poi concentratevi su swadhisthana e ripete per un po’ di tempo vam. Continuate a ripetere l’apposito mantra per ogni chakra.
Potete anche usare gli yantra e i mandala che riguardano ogni chakra oppure potete usare i tattwa o gli elementi dei chakra. Queste tecniche di concentrazione sugli elementi, fuoco, acqua, terra, aria ed etere, le trovate in ogni religione.
Ci sono pochi esempi ma ci sono molte tecniche diverse.
Esistono dei benefici nel concentrarsi su un chakra rispetto a concentrarsi su tutti?
Quando vi concentrate su un chakra, il risveglio relativo a quel chakra si azionerà. Ogni chakra è la sede di certe esperienze. Quando vi concentrate su manipura chakra, percepirete un grande risveglio dell’energia che lo interessa. Quando vi concentrate su anahata, avrete sentimenti di pace. Se vi concentrate su ajna, farete esperienza della luminosità e se vi concentrate su swadhisthana, farete esperienza di beatitudine che può ricordare alla beatitudine dell’orgasmo.
Queste sono alcune delle esperienze che potete avere concentrandovi sui diversi chakra. Quando la vostra concentrazione si sviluppa, le facoltà mentali relative sono ugualmente coinvolte. I chakra corrispondono alle percezioni extrasensoriali come la telepatia, la chiaroveggenza, la chiaroudienza, le premonizioni, ecc.
Se una persona ha fatto uso di droghe nel passato, questo lo esclude dal risveglio dei chakra?
No ma una volta abbandonate le droghe dovete purificare il corpo con l’hatha yoga e il pranayama. Il sistema nervoso, il cervello, il sangue, il sistema respiratorio, le ghiandole e l’intero corpo devono essere completamente liberi dalle tossine per far si che avvenga il risveglio.
Un’operazione alla spina dorsale influenza i chakra e le nadi nella regione dove si va ad operare?
Io conosco personalmente un giovane uomo che era malato di cancro alla spina dorsale. Lo incontrai al suo ritorno da Londra dove aveva subito un’operazione alla colonna. Aveva ancora il cancro, poi gli ho insegnato le asana, il pranayama, il prana vidya e alcune pratiche tantriche. Guarì e durante il corso del suo sadhana ebbe esperienze spirituali bellissime. In meditazione profonda vide Durga e percepiva delle sensazioni in muladhara quando si concentrava sulla punta del naso.

Ho anche osservato molta gente operata alla colonna vertebrale e ho constatato che il sistema nervoso autonomo, il simpatico e il parasimpatico continuano a funzionare in perfetto equilibrio. Da queste esperienze, sono arrivato alla conclusione che anche un’operazione importante non disturba le nadi e i chakra ma naturalmente su quella zona bisognerà lavorare ancora un po’ di più.


mercoledì 5 febbraio 2014

Satsang sui chakra


Da un Satsang di Swami Satyananda

Yoga Mag 1980

Qual è la relazione tra la concentrazione sui chakra e il risveglio della kundalini?
La concentrazione sui chakra è una parte del kundalini yoga anche se la sola concentrazione non è sufficiente per svegliare la shakti. Prima che la kundalini si svegli, sushumna nadi deve essere purificata e messa in attività.
Come diventiamo più consapevoli dei chakra?
La consapevolezza dei chakra dipende dall’evoluzione personale. Quando la coscienza è stata purificata con gli sforzi spirituali, anche la coscienza dei chakra ne trarrà vantaggio.
Nelle nostre varie incarnazioni, abbiamo sviluppato diversi chakra. Se, quando praticate la concentrazione sui chakra, sentite un chakra più di un altro, vuol dire che la vostra evoluzione deve iniziare da lì.
Ci può dare una breve descrizione di ogni chakra?
Muladhara chakra è la radice sottile o la cornice dell’esistenza umana. Mula significa “la radice”, adhara significa “supporto”. Nel corpo maschile questo chakra è situato fra l’ano e gli organi genitali mentre nel corpo femminile si trova nella cervice, dove la vagina si unisce all’utero.
Swadhisthana è situato alla base della colonna vertebrale, nel coccige. Swadhisthana vuol dire “la propria dimora”, ed è da dove  genera il modo di esprimersi di molte persone.
 Manipura chakra si trova nella colonna vertebrale sotto l’ombelico. La parola “mani” significa “gioiello”, “pura” significa “città” di conseguenza manipura è conosciuto come la città dei gioielli. E’ il centro dove viene immagazzinata l’energia vitale del corpo.
 Salendo, troviamo Anahata, dietro la zona del cuore. Anahata significa “non percosso, non rotto” ed è infatti il centro del suono non percosso.
Vishuddhi chakra è considerato il centro della purificazione in quanto purifica ed armonizza tutti gli opposti e tutti i veleni. In Vishuddhi, il veleno e il nettare sono separati e raffinati. Si trova nella colonna vertebrale dietro la regione della gola.
Ajna chakra è il centro di comando dove riceviamo istruzioni dal guru interno od esterno. La parola “ajna” significa “comando”. Questo chakra si trova dietro il centro delle sopracciglia in cima alla spina dorsale.
 Il Bindu è il punto esatto dove i bramini hindu mantengono un ciuffetto di capelli. La parola “bindu” deriva dalla radice sanscrita “bind” che significa “dividere”, “separare”. E’ il punto dove l’uno si divide in molti. Il bindu è il punto craniale che alimenta l’intero sistema ottico.
 Sahasrara è il loto dai mille petali. La sua natura è infinita. La correlazione fisica di questo centro è la ghiandola pituitaria che controlla ogni altra ghiandola e ogni altro sistema del corpo.
Questi sono i cosiddetti chakra maggiori e ognuno di loro ha un punto di risveglio che si trova sulla parte frontale del corpo. Per muladhara è il chakra stesso; per swadhisthana è l’osso pubico; per manipura, l’ombelico; per anahata, il cuore; per vishuddhi, la gola; per ajna, il centro fra le sopracciglia. Il bindu ha una linea diretta che porta a sahasrara.
E’ anche molto interessante notare che ajna chakra è il simbolo degli hindu, il bindu è il simbolo dei musulmani, anahata il simbolo dei cristiani e manipura quello dei buddisti.
Ci sono altri chakra nel corpo umano?
Sotto muladhara ci sono altri chakra che appartengono al regno animale e sono strettamente legati al mondo dei sensi e non alla consapevolezza mentale. Quando la vostra consapevolezza si stava muovendo attraverso questi chakra, la vostra mente era associata solo con la coscienza sensuale. La coscienza individuale era completamente assente, senza ego; Questi centri bassi non sono più in funzione perché li avete trascesi e per voi non hanno nessun significato.
Sostanzialmente ci sono 7 chakra alti e 7 chakra bassi che rappresentano i 14 piani di coscienza.
Perché il loto di ogni chakra ha colori diversi?
Come i fiori che troviamo in natura hanno colori diversi a seconda della specie e della zona in cui crescono, così succede che i chakra nell’essere umano sono come i fiori e rappresentano i vari aspetti dello sviluppo o evoluzione. Simboleggiano l’essere interiore, la gloria interiore. Uno può considerare se stesso come una composizione di fiori multicolore




sabato 18 gennaio 2014

Importanza e vantaggi del Pranayama

Swami Sivananda - YOGA MAG agosto 2009



Non c'è azione purificatrice maggiore del pranayama. Proprio come un orafo rimuove le impurità dell’oro riscaldandolo nel forno caldo, soffiando con forza, così anche l'aspirante yoga rimuove le impurità del corpo, i sensi e la mente, soffiando nei polmoni, attraverso le pratiche di pranayama . Così Manu dice : "Lascia che i difetti siano bruciati dal pranayama".

Rimozione del velo

Riferendosi al pranayama , lo Yoga Sutra di Patanjali ( 2,52) afferma : Tatah kshiyate prakasavaranam - " Quindi la copertura della luce è distrutta ". Qui la copertura si riferisce a ciò che oscura chitta, la coscienza del singolo. Chitta è essenzialmente pura , essendo essa stessa composta da sattva, ma è oscurata da rajas e tamas, proprio come il fuoco è avvolto dal fumo. Questa fusione di rajas e tamas costituisce il rivestimento o velo che viene rimosso dalla pratica regolare del pranayama. Così si dice che il pranayama purifica la coscienza e, una volta rivelato, la luce della conoscenza brilla .
Spinto da rajas e tamas, estasiato dal magico panorama del desiderio, l'individuo ha compiuto innumerevoli sforzi per raggiungere gli oggetti ambiti, ed evitare quelli sgradevoli. Questo karma accumulato dello yogi lo lega a ripetute nascite e morti. L'essenza pura, che è luminosa per natura, si ricopre di questi karma e  jiva, l'anima individuale, è diretto verso l'azione sbagliata. Attraverso la pratica del pranayama, però, i karma sono attenuati. Con il tempo sono distrutti, e l'io puro è rivelato. Proprio come il fuoco distrugge ilcarburante, così anche il pranayama distrugge i fardelli dei peccati.

Preparare la mente

“Dharanasu cha yogyata manata” - " La mente diventa adatta per la concentrazione "
(Yoga Sutra 02:53) . Il pranayama, come quarta parte del Raja Yoga di Patanjali, prepara la mente per la concentrazione, eliminando il velo di energia disturbata che ostruisce la luce della consapevolezza e così la mente diventa stabile e costante come una fiamma in un luogo senza vento. Quando attraverso il pranayama, il prana vayu si muove nel Tattwa Akasha, la respirazione diminuirà e in questo momento sarà facile fermare il respiro. Così la velocità della mente sarà lentamente ridotta dal pranayama, rendendola stabile e focalizzata per la concentrazione e le pratiche più elevate. Vikshepa, la distrazione, viene rimossa, rajas e tamas sono distrutti, e la mente diventa un solo punto.
La mente di una persona può così superare l’esperienza ordinaria ed esistere su un piano superiore a quello della ragione, conosciuto come lo stato superconscio, e andare oltre il limite della concentrazione. Si arriva  così a ciò che la coscienza normale non può comprendere. Questo dovrebbe essere conseguito mediante una formazione adeguata e la manipolazione delle forze sottili del corpo in modo che diano, per così dire, una spinta verso l'alto per la mente nelle regioni superiori .
Quando la mente è cresciuta nello stato superconscio della percezione, comincia ad agire da lì e sperimenta una conoscenza più elevata. Questo è l'oggetto ultimo dello yoga, che può essere raggiunto con la pratica del pranayama . Il controllo del prana vibratorio significa che lo yogi accende il fuoco della conoscenza suprema, la realizzazione del Sé .

 Benefici fisici


Il pranayama sviluppa i polmoni e coloro che lo praticano avranno una voce potente, dolce, melodiosa. Il corpo diventa magro, forte e sano. Le escrezioni diventano scarse e l'appetito diventa intenso. Il fuoco digestivo è aumentato. C'è lustro sul viso e gli occhi brillano come diamanti. Il praticante diventa molto bello. L’allievo diventa così perfetto in brahmacharya, la moderazione sensuale, che la sua mente non sarà scossa, anche se una fanciulla celestiale cerca di abbracciarlo. Egli  è libero da ogni sorta di malattia. Le nadi, i flussi di energia, sono purificate. La pratica costante risveglia la luce spirituale interiore, la felicità e la pace della mente . E’ impossibile esaltare i meravigliosi effetti del pranayama in modo adeguato . E’ la bacchetta magica per ottenere la perfezione in tutte le sfere della vita. Anche pochi giorni di pratica vi convinceranno della sua notevole gloria. Iniziate da oggi, questo momento. 
Che Dio vi benedica.

mercoledì 8 gennaio 2014

Il cerchio dell’evoluzione


di Swami Satyananda Saraswati pubblicato su Yogamag numero di gennaio 2008

C’è una ragione per cui siamo nati. Abbiamo un destino definito e questo è il motivo del perché siamo qui come esseri umani. L’uomo è il legame fra l’animale e il divino. Noi siamo una parte importante della grande evoluzione. Dopo aver assunto una nascita umana, termina l’evoluzione fisica ed inizia quella spirituale continuando a livello dei sensi, della mente, dell’intelletto, dell’emotività, di chitta e del sé. Non evolviamo semplicemente sul piani fisico e mentale ma anche su quello spirituale.

L’evoluzione umana è infinita come un cerchio. All’ultimo stadio dell’evoluzione, l’individuo esce dalla struttura e diventa il creatore. Questi individui sono chiamati creatori junior ed escono quando la loro evoluzione ha raggiunto un determinato livello. Questo è il modo in cui l’evoluzione si manifesta nel mondo materiale. Quando l’energia si esaurisce, ad un certo punto dell’evoluzione, questa va oltre e diventa un’altra energia creativa. Noi la chiamiamo energia co-creatrice e questa è anche la teoria degli avatar e dei guru.

Durante il corso dell’evoluzione c’è molta confusione. La gente si trova immersa in questa confusione non a causa di una degenerazione ma a causa del processo di pulizia dell’intera struttura dell’uomo. Per molti secoli, l’uomo è stato influenzato dalla tradizione e dai culti promossi da gente molto potente ma adesso che ne è venuto fuori, sta scoprendo il proprio sé. Gente di tutte le età sta cercando di scoprire il proprio nucleo. Io personalmente sono stato testimone della resurrezione delle aspirazioni spirituali dell’uomo. Oggi, in ogni parte del mondo, assistiamo al risveglio individuale.

Una volta, gli scienziati non erano pronti ad accettare cose che non appartenevano alla struttura biologica ma oggi, siamo stati costretti a superare questi limiti. La gente credeva che il pensiero era un prodotto del cervello ma ora sappiamo che la mente e il cervello sono diversi. Con il progresso dobbiamo considerare la filosofia spirituale insieme alla filosofia materialistica.

Nell’età dell’Acquario, così come viene chiamata, gli esseri umani avranno rispetto sia degli stati di esistenza materiali che di quelli spirituali. Ci sono stati tempi durante i quali veniva enfatizzata solo la vita spirituale a discapito di quella materiale mentre nel secolo scorso è stata posta l’enfasi solo sugli aspetti materiali. Comunque, nell’ultima parte del XX secolo e all’inizio del nostro secolo, notiamo che gli esseri umani stanno cercando di allineare questi mondi paralleli. Materia e spirito – avanzamento materiale e risveglio spirituale – sono entrambe necessari per un’evoluzione integrale. 


lunedì 16 dicembre 2013

Brahmacharya



Tratto da Yama, Niyama, Brahmacharya
Dr. Swami Shankardevananda Saraswati MB, BS (Syd)


Il concetto di brahmacharya è uno dei meno compresi nell’ambito degli yama e niyama. Si dice che la continenza doni virya, coraggio e forza irriducibili ma si pensa anche che si riferisca al celibato o all’astinenza assoluta dal pensiero e dalla pratica sessuale.  Anche se l’astinenza sessuale è un aspetto maggioritario del brahmacharya, ne è solo una parte ed è una delle cose più difficili da controllare. Si potrebbe definire come la porta che conduce al controllo dei sensi perché la sua padronanza facilita il controllo delle altre attività sensuali che ci permette di entrare nel territorio del pratyahara, il ritiro dei sensi.
Brahmacharya è soprattutto un atteggiamento mentale nei confronti degli aspetti sensuali; il suo significato letterale è quello di rivolgere la mente verso l‘assoluto e di conseguenza allontanarla dall’indulgenza sensuale. Questo stato implica che, nello stato perfetto, quando siamo assorti nella coscienza più alta, la beatitudine e la conoscenza spazzeranno via il desiderio di attività sessuali e sensuali in quanto sperimenteremo uno stato di maggiore appagamento.
Sri Nisargadatta Maharaj ha riassunto lo stato di brahmacharya quando ha detto:”Il mio mondo è come il tuo. Io vedo, sento, penso, parlo e agisco in un mondo che percepisco come te. Ma per te è tutto, per me, è quasi niente…la realizzazione, il piacere e il dolore hanno perso la loro influenza su di me. Mi sono liberato dal desiderio e dalla paura. Mi sono ritrovato pieno, bisognoso di niente”.
Questo stato è libero dal bisogno di indulgere sensualmente. Sulla strada verso questo stato la pratica dell’astinenza sessuale è necessaria in modo che la mente non sia continuamente distratta dal pensiero del cibo, del sesso e da altri piaceri; in questa maniera potremo essere più consapevoli del nostro appagamento interiore. Tutto ciò non significa che non dobbiamo assecondare i nostri bisogni sensuali ma non dovremmo lasciarci prendere dal senso di colpa e dalle reazioni di uno stato mentale negativo. Se questo si manifesta, è molto meglio assecondare le richieste del corpo. 

Il pericolo della repressione

Molte persone soffrono inutilmente nel tentativo di padroneggiare brahmacharya. L’attività sessuale è molto potente, è un bisogno biologico al quale sono legate le emozioni più forti. I buddisti dicono che l’istinto sessuale è attivo prima della concezione e della nascita e che determini la selezione dei futuri genitori e del genere durante lo sviluppo embrionale. Ogni tentativo di dominarlo richiede coraggio e determinazione. Si dice sia una forza talmente potente che tentare di padroneggiarla possa essere come attaccarsi alla coda di una tigre.
Un’altra sofferenza inutile è quella legata ai sensi di colpa, alle nevrosi e ai complessi che riguardano l’energia sessuale. Chi si sente in colpa ogni volta che ha un pensiero sessuale, chi ha paura di diventare debole a causa dell’emissione di seme, può trovare sollievo nell’idealizzare ciò che brahmacharya immagini che sia. Ma, se il desiderio ardente sussiste, questo interferirà con i sistemi ormonale e nervoso e causerà risposte fisiche che non saremo in grado di fermare o reprimere in quanto ogni tentativo a tal riguardo tenderà ad indebolire lo stesso sistema nervoso e genererebbe un circolo vizioso di sbilanciamento mentale, malattia, psicosi che alla fine sarà impossibile gestire.

Primi passi nel brahmacharya

I primi passi nel brahmacharya andrebbero fatti una volta consolidate le pratiche di base previste da asana, pranayama , tecniche meditative, di concentrazione e di rilassamento.
Asana e pranayama rilassano il sistema nervoso e riducono l’eccitazione sessuale permettendoci di migliorare il controllo di nadi e nervi ottenuto attraverso le pratiche meditative. Meditazioni semplici come yoga nidra per il rilassamento, antar mouna per sviluppare il distacco e la capacità del testimone, disinnescano la risposta emozionale del pensiero. In questo modo, noi penseremo con la corteccia frontale del cervello senza coinvolgere l’emotività nel sistema limbico e di conseguenza non stimoleremo l’attività del sistema nervoso autonomo o delle ghiandole endocrine. In pratica potremo pensare a ciò che vogliamo senza esserne coinvolti.
La formula di base del brahmacharya è: lavora duro, mangia di meno, dormi di meno.
Anche se Freud ha detto che una filosofia del genere lavora sulla sublimazione del desiderio sessuale verso altri scopi creativi, c’è molto di più. Lavorare sodo significa usare la propria energia in modo da essere così stanchi da fare qualsiasi altra cosa, le nostre menti risulteranno così impegnate da problemi, responsabilità e pensieri che non penseranno più all’attività sessuale.
Questo non è abbastanza per il brahmacharya perché molte persone pensano che se devono lavorare duro devono anche sostenersi mangiando molte proteine e cibi ricchi di grassi ma, così facendo, aumentano il loro bisogno sessuale invece di ridurlo.
Il cibo è una parte molto importante del brahmacharya essendo il cibo stesso una fonte primaria per la soddisfazione dei piaceri sensuali che accende allo stesso tempo il fuoco del desiderio sessuale. Nel brahmacharya, il cibo deve essere insipido, libero da stimolanti come te e caffè, aglio, cipolla e spezie di vario genere. La dieta deve contenere poche proteine soprattutto derivate da carne, pesce e prodotti caseari. La ghiandola pituitaria richiede proteine e vitamine E e B per la produzione di ormoni quindi se mangiamo meno proteine produrremo meno ormoni e le proteine assimilate saranno usate per i bisogni più necessari.
La dieta di uno yogi è più ricca di carboidrati che grassi e proteine soprattutto sotto forma di cereali integrali. Questo stimola nel cervello il rilascio di serotonina che quando entra in circolo riduce l’eccitazione sessuale favorendo stati simili a quando sogniamo e forse favorendo anche l’esperienza visionaria interna.
Una dieta simile non ferma l’attività sessuale ma riduce gli effetti che questa esercita sulla mente.  La dieta non è tutto e va combinata con altre pratiche di yoga e con la consapevolezza di cosa sia lo scopo della disciplina. Tutto ciò va bilanciato con il celibato che non è fine a se stesso ma uno strumento per ridurre le distrazioni che ci allontanano dall’obiettivo finale.
L’attività sessuale non è un peccato.
Gli yama e niyama, quando si basano su pratiche yogiche ben sviluppate, diventano promemoria dai quali possiamo attingere equilibrio ogni volta che la mente attraversa crisi, desideri, passioni, emozioni intense, odio e così via. Tutti gli aspetti devono essere approcciati con la consapevolezza dei nostri limiti e dobbiamo sempre ricordare che anche se falliremo molte volte, con la costanza, avremo successo.
Il fine ultimo degli yama e niyama non è quello di imporre un sistema etico e morale che renderebbe la vita noiosa e tediosa e le nostre menti rigide ma quello di affievolire il potere delle nostre passioni in modo da canalizzare l’energia nel risveglio della kundalini e verso una coscienza superiore.
A quel punto yama e niyama si trasformeranno da una forma di sadhana in una realizzazione che aprirà le porte verso la libertà e la gioia.



giovedì 5 dicembre 2013

Mahasamadhi

Tratto da “Sannyasa  -Cultivating Spiritual Awareness-“  di Swami Niranjanananda Saraswati

Il 5 dicembre del 2009, il nostro guru, Sri Swami Satyananda Saraswati, è entrato in mahasamadhi.
Il 2 dicembre si era appena conclusa la cerimonia di Yoga Purnima dove Sri Swamiji aveva detto che stava ancora aspettando il suo biglietto di ritorno e che non se ne sarebbe andato fino a quando non gli fosse stato garantito.
Tre giorni dopo, alle 10.30 di notte, chiamò Swami Satsangi e disse: “Ho ottenuto il mio biglietto di ritorno e andrò via oggi”. Quando gli fu chiesto di essere più preciso sulla data, Swamiji rispose:”Ora”.
Swami Satsangi lo raggiunse a casa e lo vide seduto in meditazione. Ad un certo punto, lo vide unire le mani in preghiera e dire: “Dio, io sono pronto. Prendimi.” Dopo di che, Swamiji bevve alcuni sorsi di acqua del Gange, mise delle  foglie di tulsi in bocca, si abbandonò sempre di più alla meditazione e lasciò il suo corpo recitando l’Om.
Ancora una volta, Sri Swamiji ci ha impartito una lezione insegnandoci  come morire in un modo yogico in quanto, per lui, la morte era al pari della celebrazione della vita.
Prima di ritirare tutto il prana e lasciare il corpo, emise un suono con la bocca, un suono che si fa solitamente durante i matrimoni nel Bengala e anche in alcune tribù aborigene. La lingua colpisce velocemente e ripetutamente il palato superiore e genera il suono ulu-ulu-ulu. In Bengala, questa usanza  viene appunto chiamata “fare ulu” e significa che sta  per aver luogo l’unione fra due persone. Sri Swamiji fece questo suono proprio prima di lasciare il suo corpo per indicare che la sua anima  si stava per congiungere con l’Anima Superiore.
Leggiamo di yogi, rishi e siddha in grado di rinunciare al loro prana con la volontà ma ad oggi lo abbiamo solo sentito, nessuno li ha realmente visti. Sri Swamiji ci ha invece fornito la prova che quello che è stato scritto nelle pagine di storia è vero ma naturalmente, per lui, non è stato così difficile in quanto era proprio una persona fuori dal comune.


domenica 24 novembre 2013

Yama, Niyama, Brahmacharya

Dr. Swami Shankardevananda Saraswati MB, BS (Syd)


Yama, Niyama, Asana, Pranayama, Pratyahara, Dharana, Dhyana, Samadhi sono gli otto stadi della disciplina yogica. Non-violenza, verità, onestà, continenza e non-possesso sono i cinque yama (restrizioni). Purezza, appagamento, austerità, studio di sé e abbadono al Divino sono i niyama (prescrizioni).
Yoga Sutras, 11:29, 30, 32

Uno degli ostacoli più grandi per una profonda comprensione dello yoga è nel concetto di yama e niyama così come è esposto negli Yoga Sutra di Patanjali.
Molta gente raccoglie le parole dei grandi Maestri e dopo averle analizzate intellettualmente pensa di avere progredito nella pratica dello yoga. Ma questo è solo un altro inganno della mente in quanto una simile conoscenza diventa una vera barriera che ostruisce una comprensione più ampia.
Nell’approcciare un libro vasto come quello di Patanjali dobbiamo cercare di avere una visione globale e non periferica. Quando nel primo sutra afferma, “E adesso le istruzioni che riguardano lo yoga”, stabilisce implicitamente che l’aspirante sia già ben consolidato nella pratica del karma e dello bhakti yoga, che abbia già messo ordine nel suo stile di vita, nelle sue emozioni e nella sua vita intellettuale.
I primi anni di yoga devono comprendere asana, pranayama e hatha yoga; devono essere anni in cui noi cerchiamo di lasciare andare i nostri preconcetti e nei quali ci apriamo in modo da aspirare ad una conoscenza vera, basata su esperienza e analisi interna. Solo dopo questo, potremo realmente comprendere le definizioni di asana e pranayama di Patanjali;  una postura ferma e confortevole che può essere mantenuta per ore senza bisogno di muoversi e pranayama inteso come cessazione dell’inspiro e dell’espiro.

Gli otto stadi dello yoga
Nell’approcciare gli otto stadi del raja-yoga dobbiamo mettere da parte l’intellettualizzazione, l’analisi, l’approccio lineare e vedere il tutto come un insieme organico.
Un approccio corretto è decisamente più appropriato perché la perfezione negli yama e niyama può esserci solo se c’è il samadhi. Un completo appagamento e l’abbandono al Divino, per esempio, sono il risultato della trascendenza e non la causa.
Possiamo iniziare praticando yama e niyama ma puntualmente dobbiamo sottoporli ad un lavoro di valutazione. Quando progrediamo dal punto di vista yogico, padroneggiando le pratiche di asana e pranayama e accedendo agli aspetti più interiori di pratyahara, dharana e dhyana, possiamo capire meglio come lavorano yama e niyama.
Gli otto stadi del raja-yoga non fanno parte di un percorso lineare ma lavorano contemporaneamente come parti integranti di un organismo che è appunto il raja-yoga. Tutto va elaborato e padroneggiato allo steso tempo. Questo è il motivo per cui Patanjali afferma che praticando tutte le parti previste dalla disciplina yogica, le impurità diminuiscono fino a quando sarà possibile il risveglio della conoscenza spirituale che culmina nella consapevolezza della realtà. (Y.S., 11:28).
Possiamo dire che gli otto stadi del raja-yoga hanno due aspetti, il primo è quello relativo alla pratica, il secondo alla realizzazione. Patanjali dice che quando si pratica yama a prescindere dalla nascita, dal luogo, dal periodo e dalle circostanze che ci riguardano, questo diventa una disciplina importante che produce risultati auspicabili come la cessazione di tutte le ostilità intorno a chi pratica ahimsa, non-violenza, e la consapevolezza di come e da dove nasciamo, supportato da aparigraha, la capacità di non accumulare. (Y.S., 11:31, 35, 39).

Il sentiero verso il traguardo
Sul sentiero che conduce al successo di yama e niyama, si possono incontrare molti ostacoli. Convinzioni errate, disturbi mentali, passioni, avidità, rabbia, confusione e vecchie abitudini tendono ad imporsi e ad inibire questo processo specialmente se manca la forza di volontà e la determinazione o se il nostro desiderio di progredire spiritualmente è debole.
Patanjali dice che i disturbi che intralciano il cammino possono essere lievi, medi o intensi e che possono essere superati con “pratipaksha bhavana” ovvero pensando l’opposto. (Y.S., 11:33, 34). Per esempio, se desideriamo qualcosa, questo disturberà la nostra mente e il nostro sistema nervoso e ci farà comportare in modo contrario a quanto previsto da aparigraha. Se, a causa di questo, ci sentiamo in colpa o frustrati perché non riusciamo ad ottenere il risultato desiderato e poi proviamo a sopprimere il desiderio, questo ritornerà ancora più forte andando ad aumentare i nostri disturbi mentali.
La soppressione consuma energia fisica e mentale e può portare ad un vero e proprio disagio fisico-mentale. Patanjali ci avverte di usare creativamente la nostra attività mentale mettendo energia nello sforzo di creare una visione positiva che si opponga all’ostacolo, al disturbo manifestato. In questo modo, svilupperemo l’abitudine al pensiero positivo, creativo, e svilupperemo una calma che contrasterà l’eccitazione e l’esaurimento del nostro sistema nervoso.
Ciò che bisogna ricordare è che il progresso in yama e niyama deve essere necessariamente lento e che il successo arriverà nel futuro. Gandhi, per esempio, ha trascorso l’intera vita nello sforzo di padroneggiare la non-violenza e brahmacharya. Anche il nostro approccio deve essere lento, fermo e bilanciato, deve essere preso da una giusta prospettiva. La guida di un maestro esperto, la pazienza, la tolleranza nei confronti del fallimento, l’onestà con se stessi e la persistenza sicuramente sfoceranno nel progresso se non nella padronanza.


martedì 12 novembre 2013

Sperimentazione e ricerca



Tratto da La crescita di Satyananda Yoga o Bihar Yoga
Swami Niranjanananda Saraswati – pubblicato su Yogamag numero di gennaio 2000

Il tema centrale dello yoga Satyananda/Bihar è quello della sperimentazione e della ricerca. Quando Sri Swamiji si trovava a Rishikesh da Swami Sivananda, non si fermò agli insegnamenti del suo maestro ma studiò le scritture in modo da avere una visione completa dei diversi sistemi e delle diverse scuole. Sri Swamiji ha sempre detto:”Prima si sperimenta, poi si adotta”.

Iniziò a sperimentare con la  consapevolezza delle scritture e fornì un approccio pratico iniziando dalle asana. La serie di pawanmuktasana, gli shakta bandha e la suddivisione delle asana furono create nel primo periodo. Subito dopo sviluppò i metodi di pranayama che oggi sono adottati in tutto il mondo.

Sri Swamiji riscoprì molte meditazioni tantriche che insegnava alle classi sotto forma di antar mouna, ajapa japa, trataka, chidakasha dharana, prana vidya e yoga nidra. All’inizio sperimentava queste pratiche sugli swami e io ho avuto l’onore di essere stato sottoposto ai suoi esperimenti di yoga nidra fin da piccolo. Sri Swamiji sperimentava, osservava e solo dopo scriveva, solo dopo aver costatato di prima persona gli effetti di ogni singola pratica proposta.

Tutti i libri della Bihar School of Yoga sono il risultato di esperimenti condotti da lui all’inizio della sua ricerca. Nel testo Yoga Nidra, sono stati rivelati tutti i livelli diversi di yoga nidra in accordo con il sistema tantrico del nyasa. La serie di meditazioni pratyahara, i livelli di antar mouna, ajapa japa e prana vidya, le pratiche di kriya yoga e kundalini yoga sono tutte contenute nei testi pubblicati dalla Bihar School of Yoga.

Sri Swamiji fu la prima persona a scrivere un opus magnum sul kriya yoga che fino ad allora rimaneva un soggetto tabù insegnato solo in segreto a pochi individui selezionati. Non solo, lui ha rotto questo tabù ma ha reso disponibile l’intero processo del kriya yoga in un corso di tre anni distillando l’essenza delle pratiche, definendole e mettendole in una sequenza precisa.
Sri Swamiji fu il primo a spiegare il ruolo di mudra e bandha in modo scientifico. Fino ad allora erano letteralmente solo dei concetti e nessuno aveva mai fatto il tentativo di spiegarli praticamente. Le pubblicazioni Moola Bandha: The Master Key, Hatha Yoga Pradipika, Yogic management of Asthma e Diabetes and Yogic Management of Common Diseases sono un esempio della profonda conoscenza che lui ha trasferito ai suoi discepoli sannyasin. Tutti questi libri convergono tutto il pensiero che sta alla base della missione yogica.

Quando nel 1963, Sri Swamiji fondò la Bihar School of Yoga nel vecchio Ashram di Sivananda a Munger, condusse una serie di corsi per insegnanti dai nove mesi ad uno che durava un solo mese. Il suo desiderio era quello che la gente potesse ottenere una comprensione profonda dello yoga attraverso l’esperienza e l’integrazione della stessa nello stile di vita, nel pensiero, nell’ambiente. La gente iniziò ad arrivare da ogni parte del mondo: Australia, Giappone, Europa, U.K., Nord e Sud America e anche dall’India stessa.

In questi corsi, Sri Swamiji fu ispiratore del concetto di investigazione scientifica applicata alla pratica dello yoga. La prima ricerca sulle asana fu condotta in Polonia nel 1968 da T. Pasek e dal Dott. W. Romanowski del Dipartimento di fisiologia dell’Accademia di Educazione Fisica di Varsavia.  Lo studio si concentrò su asana principali tra cui sirsasana e sugli effetti che queste avevano sull’anatomia umana, sul cervello, sui sistemi cardiocircolatorio, respiratorio e digestivo; i metodi utilizzati erano fisiologici, biologici e psicologici.

Contemporaneamente, Sri Swamiji stimolò la ricerca yogica nel Bihar e nel 1968 il Dott. Sreenivas, Direttore dell’Istituto di Malattie Cardiocircolatorie Indira Gandhi di Patna, condusse una ricerca di sei mesi sugli effetti dello yoga nel limitare e invertire il percorso di malattie cardiache; i risultati sono stati poi pubblicati su The Effects of Yoga on Hypertension.
Nel 1978, una ricerca sugli effetti sulle malattie legate al sistema respiratorio fu condotta dal Raipur Medical College con l’assistenza di Satya Darshan Yogashram e la supervisone di Sri Swamiji. Ricerche sugli effetti dello yoga sulle malattie della pelle fu condotta da un college ayurvedico in Raipur sempre sotto la guida di Satyananda mentre nel 1978 il Burla Medical College di Sambalpur, Orissa, condusse una ricerca sulla gestione del diabete con lo yoga che coinvolse centinaia di pazienti ad Orissa, nel Bihar e nel Bengala. Tale studio portò ad una conclusione, che diabetici non dipendenti dall’insulina potevano essere curati e facilmente gestiti con l’ausilio delle pratiche yogiche.

Lo yoga, fino a questo momento, era sempre stato insegnato per i benefici fisici e per modellare il corpo ma quando i risultati di queste ricerche iniziarono a diffondersi, l’idea dello yoga cambiò radicalmente. Altre organizzazioni indipendenti iniziarono anche loro a condurre ricerche specifiche; un contributo notevole fu quello di Swami Rama dell’Himalayan Institute degli Stati Uniti, che era in grado di fermare il battito del suo cuore per lunghi periodi di tempo. Sempre dagli USA arrivò un altro contributo, quello di Swami Nadabrahmananda, capace di rimanere in kumbhaka (ritenzione del respiro) per quarantacinque minuti in una camera ermetica mentre suonava la tabla. Anche in India, molti swami si sottoposero ad esperimenti scientifici che condussero a sviluppi incoraggianti e significativi per la comprensione dello yoga sotto questo aspetto.

Allo stesso modo, dopo aver visto i risultati delle ricerche sui disturbi respiratori, cardiaci, digestivi, muscolari, delle ossa e del sistema nervoso, molti istituti medici indiani decisero di adottare il sistema yoga. Nel 1993, il governo del Bihar incluse lo yoga nel sillabario MBBS. Alla Bihar School of Yoga fu chiesto di insegnare yoga terapia in otto istituti medici governativi del Bihar. Per due anni, medici e swami della Bihar School of Yoga insegnarono yoga terapia agli studenti di medicina di diversi college. Il ramo del Bihar dell’Indian Medical Association raccomandò alla sede di Nuova Delhi, l’Indian Medical Council, l’inclusione dello yoga nel sillabario MBBS. Al momento, questa raccomandazione è ancora in fase di considerazione. Il governo del Bihar ha anche ufficialmente permesso di istruire giovani medici nel loro praticantato secondo i principi e le pratiche di yoga terapia attuati presso la Bihar School of Yoga.

Inoltre, il Dipartimento della Salute del governo del Bihar ha identificato una serie di malattie che possono essere gestite con le pratiche semplici di asana, pranayama e e shatkarma. Questa lista è dettagliata nel libro Yogic management of Common Diseases.
Sri Swamiji era solito incoraggiare ogni insegnante di yoga nell’individuare un’area in cui specializzarsi, creando così molti esperti in settori particolari dello yoga. Nel corso dei tempi, l’intensità della ricerca scientifica è aumentata; in Australia, il dott. Swami Shankardevananda si è dedicato alla serie di pawanmuktasana e nello specifico al movimento muscolare che avviene quando si fa un’asana; in Canada, Swami Arundhati sta attualmente conducendo una ricerca sui livelli della pressione sanguigna durante gli shatkarma.

Anche quando Sri Swamiji ha lasciato l’ashram nel 1988, ci ha incoraggiato a portare lo yoga in diversi settori sociali; nel 1994 gli swami della Bihar School of Yoga si sono dedicati ad uno studio che coinvolgeva l’esercito; gli swami furono portati al campo base del ghiacciaio Siachen dove sperimentarono le condizioni alle quali erano sottoposti i soldati ed individuarono un programma di yoga adatto a fronteggiare la situazione. La stessa cosa fu fatta a Bikaner, nel Rajasthan dove si confrontarono con il deserto. Questo ha fatto sì che l’esercito abbia poi deciso di istruire un’ unità di soldati con le pratiche yogiche per poi metterli a confronto con le unità sottoposte a training standard. Anche se il progetto non è ancora partito, l’esercito ha rinnovato l’interesse ad attuarlo nel futuro prossimo.
Nel 1994 fui invitato a Parigi all’International Education Conference organizzata dal RYE. L’argomento che interessava me era quello all’applicazione dello yoga in un ambiente scolastico ed è stato un successo al punto  che rappresentanti di 17 paesi hanno deciso di introdurre lo yoga come parte del sistema educativo.

Sempre nel 1994, è stato avviato il progetto che riguarda 24 prigioni del Bihar e da allora ogni anno si tengono al loro interno training lunghi un mese. Nel 1996 avevamo già istruito 450 ergastolani che hanno ricevuto la certificazione ufficiale da parte della Bihar School of Yoga e che ora insegnano regolarmente yoga agli altri carcerati. La cosa sorprendente è che il governo del Bihar ha deciso di ridurre la pena a tutti coloro che dimostrano interesse nello yoga.

Lo yoga è stato portato anche nel campo dello sport e nel 1999 una serie di programmi di training sono avviati con la collaborazione dell’autorità sportiva indiana sia a Calcutta che a Delhi.
E’ cosi che il lavoro di ricerca di Sri Swamiji continua ancora oggi e molti progetti sono allo studio per essere avviati.
Un progetto che coinvolge tutti gli swami è Sita Kalyanam che si tiene ogni anno a Rikhia, il tapobhumi (luogo del sadhana) di Swami Satyananda. Sivananda Math, un’istituzione caritatevole creata da Sri Swamiji nel 1984 ha adottato un intero panchayat (distretto) a Rikhia con molti paesi e circa diecimila famiglie. Ogni anno, tutte le famiglie vengono fornite con vestiti, casalinghi, oggetti per uso personale, sociale e vengono sostenuti con abitazioni, lavoro e un sistema educativo e sanitario altrimenti assente. Fare parte di queste attività è compreso nel sadhana di tanti swami.

Questa discussione riflette l’energia che Sri Swamiji ha infuso nel sistema del Satyananda/Bihar Yoga che va detto, è differente da altri sistemi anche perché è un sistema che si evolve, è una scuola dove si sviluppano i concetti. Quando lo yoga diviene parte dell’ambiente umano, delle necessità umane ed eventualmente anche della cultura, allora diventa universale e dinamico, progressivo e ispirante. E’ yoga che si evolve. Le antiche tradizioni sono continuamente un riferimento ma quello che viene fuori da loro è ampliato fino a comprendere l’intera natura umana.





sabato 2 novembre 2013

La crescita di Satyananda Yoga o Bihar Yoga



di Swami Niranjanananda Saraswati: pubblicato su Yogamag numero di gennaio 2000 


Per capire la crescita e lo sviluppo della tradizione di Satyananda Yoga, conosciuta anche come tradizione Bihar Yoga, dobbiamo comprendere quali sono le componenti e che cosa la renda una scuola specializzata nell’intera tradizione dello yoga.
Cinquant’anni fa, il lato filosofico dello yoga era conosciuto da un numero ristretto di persone ma nessuno conosceva il lato pratico. Si credeva che lo yoga fosse per rinunciatari, sadhu e sannyasin che avevano rinunciato a tutto e avevano abbandonato la vita mondana per vivere in contemplazione, meditazione, riflessione, introversione e isolamento; quel modo di raggiungere la salvezza non poteva essere adottato da persone comuni inserite nella società in quanto, nella vita, avrebbero dovuto rinunciare alla maggior parte degli attaccamenti, desideri, ambizioni e sforzi. Lo Yoga era conosciuto solo come filosofia, come forma di disciplina che poteva essere utilizzata per rafforzare lo spirito, la mente, il corpo e la vita. Nel secolo scorso, il sapere teoretico fu diffuso al pubblico da Swami Vivekananda, Sri Aurobindo, Ramana Maharishi, Swami Kuvalyananda, Baba Ram Das, Swami Sivananda, Yogi Ramacharaka e altri.

Tutti questi maestri seguirono tradizioni e scuole di yoga già consolidate che si dividevano in scuola del Nord e scuola del Sud. La prima era quella insegnata e praticata dai rishi e muni della cintura del Gange, cintura del Narmada e Himalayana. La seconda, era relativa allo yoga praticato dai gruppi di sadhu, santi, rinunciatari e reclusi, mistici e siddha del Sud. Oggi, il maggiore esponente di questa scuola è T. Krishnamacharya, il maestro di Deshikachar e Iyengar. Così come gli hatha yogi, la scuola meridionale pensa che la perfezione ultima sia raggiungibile ottenendo una forma fisica perfetta

La scuola del Nord è più meditativa affondando le sue radici negli Yoga Sutra di Patanjali dove l’enfasi è sulla gestione della mente, del pensiero e la parte di hatha yoga viene menzionata di meno. All’interno di questa scuola, ci sono diversi paramapara, tradizioni e culture che riguardano l’hatha yoga, il kriya yoga, il kundalini yoga, ci sono raja yogi, jnana yogi e bhakti yogi. Tutti gli yogi hanno in comune una cosa: lo yoga, una pratica e una disciplina attraverso la quale è possibile rafforzare la propria natura per realizzare lo spirito umano e che permette di svegliare il potenziale latente in modo da diventare un essere umano perfetto e bilanciato in una o migliaia di espressioni che coinvolgono la vita.
Lo yoga ha due origini, una proviene dal Tantra e una dai Veda. Il Tantra ha sviluppato una filosofia e una serie di pratiche che nella tradizione sono conosciute come yogachara, condotta per gente che pratica il tantra attraverso lo yoga. I Veda, invece, attingono alle Upanishad. Ognuna di esse rappresenta una linea di apprendimento, una tradizione, un parampara. Lo yoga diventa il processo che porta al superamento di corpo e mente e all’esperienza dello spirito.

Solo negli ultimi cinquant’anni i sadhu più visionari hanno capito che lo yoga sarebbe diventato un bisogno per la società del futuro. Nella scuola del Nord, il precursore di questa visione fu il nostro paraguru, Swami Sivananda che diede allo yoga una svolta dinamica, attingendo dalla filosofia per mettere poi il tutto in pratica. Il Dashnami sannyasa parampara al quale apparteniamo segue una tradizione vedica non yogica e all’inizio degli anni quaranta iniziò ad istruire i sannyasin con un sistema pratico comprendente hatha yoga, raja yoga, bhakti yoga, jnana yoga, kriya yoga, kundalini yoga, mantra yoga e ogni altro yoga estratto dalle scritture. Swami Sivananda diede la possibilità di comprendere lo yoga a tutti, non solo a sannyasin e yogi ma anche a gente comune.

I suoi insegnamenti erano così ispiratori che molti sannyasin provenienti dal suo ashram ricevettero il mandato di propagare lo yoga enfatizzandone un aspetto particolare. Swami Satchidananda che negli USA fondò il Movimento di Yoga Integrale, si concentrò sulle componenti dell’hatha yoga, jnana yoga e bhakti yoga. Swami Vishnudevananda, il cui centro principale si formò in Canada, si focalizzò nello stabilire e fondare molti Centri Vedanta Sivananda per l’insegnamento dell’hatha yoga. Swami Venkateshananda insegnò raja yoga nell’isola di Mauritius.

 Il nostro guru, Swami Satyananda il cui mandato comprendeva anche di insegnare yoga come parte del suo sadhana, enfatizzò lo yoga integrale e altre componenti provenienti dagli altri yoga ma con maggiore enfasi si dedicò allo yoga tantrico.
Il sistema di yoga tantrico comprende le pratiche di kundalini yoga, kriya yoga, mantra yoga, laya yoga e stadi avanzati di pratyahara e dharana, dhyana e samadhi. Dal lato vedico, Sri Swamiji prese elementi di bhakti yoga, karma yoga, jnana yoga ,il concetto dei chakra e sviluppò un sistema di meditazione basandosi sul Tantra e sui Veda (vedi libro Meditations from the tantras – 1974). I primi insegnamenti furono pubblicati nel 1971 in un libro chiamato Tantra Yoga Panorama dove Sri Swamiji esponeva i concetti del tantra applicabili ai bisogni della società moderna.
Swami Satyananda ispirò la gente a fare i conti con se stessa attraverso un atteggiamento corretto e discriminatorio, attraverso azioni e parole che avrebbero portato ad una trasformazione della personalità umana. La fondazione della Bihar School of Yoga da parte di Sri Swamiji fu il coronamento di un desiderio di Swami Sivananda, quello di sviluppare un percorso yogico integrato. Sri Swamiji fu un pioniere nel portare lo yoga ad un pubblico ampio e nel rompere vecchi miti, fuori dall’India il Bihar Yoga è conosciuto come la tradizione di Satyananda Yoga.


Il metodo di insegnamento di Sri Swamiji

Quando Sri Swamiji lasciò Rishikesh nel 1956 con il mandato e la benedizione del suo guru Swami Sivananda, iniziò a viaggiare per tutta l’India con l’obiettivo di comprendere i bisogni della società. Viaggiò dall’Afghanistan allo Sri Lanka, dal Pakistan a Burma, cercando di verificare cosa avesse bisogno la società. Sri Swamiji capì che la tradizione vedantica, come filosofia, non sarebbe stata in grado di aiutare la società in quanto aveva bisogno di fondamenti pratici rintracciabili nel tantrismo espresso attraverso lo yoga. Sri Swamiji riuscì a valutare il fatto che lo yoga sarebbe diventato un grande bisogno per la gente, non come mezzo di salvezza ma come possibilità per ottenere sollievo immediato per qualsiasi sbilanciamento psicosomatico che avrebbe aggravato la salute fisica, mentale, emotiva, morale e spirituale.

Sri Swamiji individuò due approcci per ottenere benessere in un modo positivo, per sviluppare un carattere integrato, aperto e bilanciato e per incoraggiare la gente a guardare in faccia la vita. Il primo approccio è quello di capire la natura umana, la mente, la psiche e lo spirito attraverso le pratiche del raja yoga; superare gli ostacoli immediati come la frustrazione e l’ego e sviluppare azioni omogenee e armoniose attraverso il karma yoga; canalizzare le emozioni con il bhakti yoga; essere capaci di guardare dentro e fuori con pace mentale con lo jnana yoga; andare a fondo nel sadhana con il kriya yoga, il kundalini yoga, il nada yoga, lo swara yoga, il mantra yoga e tutte le altre forme di yoga conosciute.

Per Sri Swamiji, questo approccio fondamentale andava arricchito con lo stile di vita, la capacità di guardare la vita con occhi diversi, di vedere il dolore e la sofferenza come indicatori dello sforzo umano legato al proprio karma. L’insegnamento e l’istruzione dello stile di vita prese anche altre forme con l’incoraggiamento di incorporare lo yoga nella vita quotidiana e non solo relegarlo ad espediente per trovare sollievo in una situazione stressante. In questo modo, proponeva uno stile di vita alternativo rinfrescando la tradizione dei sannyasin, enfatizzando il diritto spirituale di ogni individuo di diventare appunto sannyasin in questa vita. Con questo, Sri Swamiji portò molte persone ad integrare lo yoga nel proprio quotidiano, fornì a molti un aiuto concreto insegnando lo yoga come terapia e come mezzo per raggiungere la pace interiore nel rispetto della diversità di ogni essere umano. La sua idea era che lo yoga potesse essere applicato a chiunque.
Nella sua prima conferenza che si tenne a Munger nel 1964, Sri Swamiji disse: “Munger diventerà il centro dello yoga per il mondo intero e troverà così un posto sulla mappa del mondo” Molte persone si chiesero se stesse dicendo la cosa giusta e oggi hanno avuto risposta.

Sri Swamiji aveva un metodo particolare per insegnare alla gente di paesi diversi, di razze diverse e di credi diversi. Fu il primo insegnante di yoga indiano che andò in Occidente per proporre lo yoga in un modo molto specifico. Nel 1968 Sri Swamiji iniziò il suo primo tour mondiale. Per sei mesi lasciò Munger e piantò i semi dello yoga al di fuori dell’India. Non solo parlò della teoria dello yoga con termini pratici e scientifici rendendola comprensibile a tutti ma diede un insieme di pratiche yogiche in modo che la gente potesse farne esperienza. Nei tour successivi rese disponibili altre pratiche e principi in modo da ampliare la conoscenza dello yoga in relazione al corpo umano, alla mente, alla psicologia, alla personalità e al miglioramento delle qualità umane.

Il piano che Sri Swamiji attuò fu quello di insegnare yoga in ogni viaggio, asana, pranayama, mudra, bhanda, shatkarma, teniche di prathyara, di kundalini yoga, tecniche relative ai chakra , di scardinare i preconcetti che la gente aveva sullo yoga e, allo stesso tempo, incoraggiandoli e dando speranza. Prima di lui, nessuno aveva mai insegnato pranayama in quanto considerato materia tabù sia in Europa che in India.
I suoi insegnamenti ci hanno fornito di una materia molto vasta senza che fosse vista come impossibile da affrontare ma, se ci pensiamo bene, è più che sufficiente per un’intera vita. Io attribuisco allo sforzo di Sri Swamiji il fatto che a tutto il mondo sia stata fornita la possibilità di approfondire la conoscenza dello yoga. Il suo stile unico trattava lo yoga sotto ogni aspetto, fisiologico, psicologico e spirituale. Sri Swamiji vedeva la persona non come corpo ma composta dalle qualità di testa, cuore e mano, intelletto, emozione ed azione e cercava quindi di accedere a tutte le tre dimensioni. Chi ha ricevuto questo training è stato molto fortunato. Oggi, noi riconosciamo che fra tutte le tradizioni di yoga, il Satyananda/Bihar Yoga è l’unico che integra le dimensioni fisiche, psicologiche e spirituali in ogni pratica.